AREE ARCHEOLOGICHE MUSEI

MERAVIGLIE ALBANE DA CONOSCERE ASSOLUTAMENTE: LA CELEBRE “PANOPLIA” DI LANUVIO

 

Questo prestigioso corredo funebre, risalente agli inizi del V sec. a.C., fu rinvenuto casualmente a Lanuvio nel 1934 nella tomba di un giovane sepolto entro un sarcofago. L’assoluta unicità e preziosità degli oggetti di corredo ha creato non pochi problemi interpretativi agli studiosi, accentuati dalla precarietà iniziale dello scavo, spingendo talvolta questo straordinario complesso ai limiti della comprensione Ma recentissime scoperte archeologiche in ambito laziale permettono finalmente di attribuire con certezza l’appartenenza del giovane atleta – un grande campione del passato – alla stretta cerchia dell’aristocrazia lanuvina e non ad ambienti estranei alla città e al mondo latino, come sostenuto in passato.

(di Franco Arietti)

 

Gennaio 1934 – La tomba all’atto dell’apertura del sarcofago. Il coperchio è appoggiato in alto, all’inizio dello scivolo (dromos)

La tomba, che si data entro il primo quarto del V sec. a.C., è assai particolare perché ostenta eccezionalmente la presenza di un corredo funebre altrimenti proibito nel Lazio da severe leggi in vigore in tutti i centri latini da circa un secolo. Contrariamente a quanto avveniva nel Lazio già a partire dagli inizi del VI sec. a.C. attraverso norme che vietavano il lusso funerario e che proibivano tassativamente di depositare nelle tombe qualunque oggetto di corredo, nel mondo etrusco le tombe continuarono invece ad esibire il prestigio delle aristocrazie locali attraverso il lusso funerario, che anzi appare progressivamente sempre più accentuato, espresso da preziosi corredi personali e di accompagno, oppure attraverso elaborate pitture parietali o da complesse architetture sepolcrali.

Per questa ragione, gli oggetti della tomba lanuvina – già di per sé estranei alle leggi latine per la loro sola presenza – hanno trovato confronti solo con elementi provenienti esclusivamente da altri ambiti regionali, in particolare con l’area etrusca, soprattutto con Vulci, alimentando inevitabilmente il sospetto che l’individuo sepolto a Lanuvio non fosse albano o latino; si è pensato ad esempio ad un mercenario o comunque un individuo la cui estraneità alle comunità locali parrebbe confermata anche dall’isolamento della sua sepoltura rispetto alle necropoli lanuvine. In realtà, come vedremo, sarà proprio questo (apparente) isolamento a connotare questo illustre personaggio (e probabilmente famoso atleta) come appartenente all’élite della fiorente città albana di Lanuvio.

 

     La panoplia di Lanuvio – Museo Nazionale Romano Terme di Diocleziano

 

IL RINVENIMENTO E LO SCAVO

Durante lo scavo di un pozzo idraulico rettangolare, il cui lato corto era curiosamente orientato come la tomba e quasi accostato alla parete di quest’ultima, venne messo in luce lo spigolo del sarcofago. Gli scavatori, probabilmente dopo aver allargato lo scavo del pozzo idraulico, colpirono ripetutamente la parete lunga del sarcofago fino ad aprire un foro dal quale estrassero l’elmo e lo spadone di ferro. 
Successivamente intervenne la soprintendenza che completò lo scavo. Purtroppo i dati di questo scavo sono introvabili, ma una foto dell’epoca documenta la tomba all’atto dell’apertura del sarcofago che ancora contiene il corpo del defunto e parte del corredo funebre. Nella foto, presa dall’alto, la vista dell’interno del sarcofago risulta parziale e manca completamente la volta della camera, particolare questo molto importante. La camera sepolcrale, scavata nel banco di tufo, misura m. 2×2 ed è preceduta all’ingresso da un largo scivolo (che in pianta risulta di forma trapezoidale) lungo almeno altri due metri e largo altrettanto all’imbocco della camera; il sarcofago venne accostato alla parete, con il lato corto rivolto allo scivolo. La distruzione della volta non può certo essere imputata all’intervento della soprintendenza, per cui è probabile che essa venne demolita dagli scavatori iniziali nel tentativo di liberare tutto il sarcofago, allargando quindi lo scavo del pozzo idraulico.

 

LA TOMBA

Se davvero si tratta di una tomba a camera, come in apparenza tutto lascia sembrare, questa doveva essere piuttosto bassa, alta al massimo m. 1,50, a giudicare dalle misure riportate in un accurato rilievo edito (nel 1976) dal Galieti (Figg. 1, 2 e 3), nel quale vengono forniti anche i dati della formazione geologica e quindi dello strato di banco di tufo alto circa m. 1,70 rispetto al fondo della tomba; il banco tufaceo era a sua volta coperto da uno strato di argilla spesso almeno m. 1,30 (Fig. 3). Rispetto al quadro noto offerto dalle tombe a camera laziali di questo periodo finora note, le anomalie di questo complesso sepolcrale sono evidenti e non si limitano alla presenza del tutto straordinaria del corredo funebre e dello stesso sarcofago. Non è questa la sede per andare oltre in questa indagine che ci porterebbe lontano, ci basta sottolineare la presenza di un elemento strutturale che accomuna la tomba a camera di Lanuvio a tutte le altre tombe a camera laziali: la presenza dello scivolo (dromos) (Fig. 1 e Fig. 2 sez. C-D). Questo particolare è assai importante poiché laddove è stato possibile scavare l’area circostante di queste tombe a camera, si è potuta accertare la presenza sistematica di una strada. Si tratta di strade arcaiche naturalmente, il cui piano rotabile – costituito da una massicciata recante i due solchi del carro – è di norma collegato allo scivolo delle tombe a camera che costeggiano queste strade; questi corridoi inclinati sono scavati a cielo aperto e immettono nelle tombe arrestandosi dinanzi alla porta della camera, di norma chiusa da più blocchi lapidei; inoltre il piano rotabile delle strade in questione non si trova quasi mai a livello del piano di campagna, essendo strade incassate nel banco tufaceo e spesso questo piano rotabile si trova a notevole profondità. Ciò comporta che la rete stradale di età arcaica risulta notoriamente assai poco sviluppata rispetto ai periodi successivi, costituiva spesso, in particolare per lunghi tratti viari, un elemento di discontinuità territoriale, diventando essa stessa una linea di confine  che separava le proprietà terriere; ciò si è potuto accertare in varie occasioni nelle quali le tombe a camera allineate su entrambi i lati della strada presentavano tra loro evidenti differenze tipologiche riferibili a nuclei famigliari distinti, osservate soprattutto presso l’incrocio di strade (compitum) dove il numero di tombe a camera di norma accresce notevolmente.

Risulta quindi assai probabile che la tomba scoperta a Lanuvio non fosse affatto isolata e ubicata a caso da qualche parte, ma sicuramente essa venne posta a lato di una strada, assieme ad altre tombe a camera che furono impossibili da identificare in corso dello scavo successivo, non avendo scoperto e messo in luce la massicciata stradale da cui si origina il dromos. Ciò giustifica gli scavi infruttuosi effettuati nel corso del 1934 attorno alla tomba (ma non oltre lo scivolo, come si desume dalla foto), evidentemente finalizzati alla ricerca di altre tombe (probabilmente immaginate a fossa) pertinenti ad una ipotetica necropoli distribuita nel tradizionale modo areale.

In conclusione, è quasi certo che il giovane fu sepolto nel terreno di proprietà della sua gente e verrebbe in tal modo dimostrato che egli era un esponente di alto rango dell’aristocrazia lanuvina.

     Fig. 1

     Fig. 2

     Fig. 3

 

IL CORREDO

Entro il sarcofago monolitico di peperino lungo m. 2,12 (quindi di pietra albana) con coperchio a tetto displuviato, si rinvenne il corpo ben conservato di un giovane dell’apparente età di circa 25 anni. L’elmo venne rinvenuto presso la testa, la spada presso il fianco destro e la corazza sul fondo del sarcofago; inoltre si rinvenne addosso al corpo un cinturone, mentre di altri oggetti – come il disco da lancio, il giavellotto e due puntali, un’ascia (?), tre unguentari, forse due strigili, la borsa per la sabbia, una fibbia forse parte del balteo ed un oggetto forse riferibile ai morsi equini – non si hanno notizie per quanto riguarda la loro collocazione originale.
Segue una breve disamina di questi oggetti.

 

Elmo da parata

Del tipo a calotta con tre pennacchi, eseguito in bronzo (Fig. 4); l’incasso della scansione sinuosa presso la base risulta decorata da una baccellatura a rilievo delimitata superiormente da una fascia con bordi perlinati e al di sotto da un solo elemento filiforme ugualmente perlinato. La particolare connotazione antropomorfa è costituita dagli occhi ad intarsio (Fig. 5) resi mediante l’impiego di paste vitree di diverso colore (forse anche di avorio): sia l’iride che la pupilla sono separati da un cerchiello filiforme d’oro; un filo d’argento delimita gli occhi, mentre le sopracciglia ed il naso sono ottenuti da lamine d’argento opportunamente sagomate.  Presso la menzionata scansione ed appena sopra ad essa, compare un motivo filiforme in argento che ne accompagna l’andamento tutt’attorno all’elmo, formando frontalmente due volute speculari desinenti con teste di serpenti barbati, ben noti in Egitto, Cipro, Grecia, Libia, Etruria ed ora forse anche nel Lazio: i serpenti sacri a Giunone Sospita? (Fig. 7). Il cimiero sulla cima dell’elmo (lophos) era serrato da due elementi contrapposti d’argento disposti ad L decorati in forma di draghi marini (Fig. 6) che delimitavano la criniera; due elementi laterali contrapposti ospitavano i pennacchi laterali. Alla base dell’elmo appare un rigonfiamento (toro) decorato con motivo embricato formato da due file di elementi piumati ritoccati a bulino, al di sotto del quale una fila di forellini doveva assicurare l’imbottitura interna dell’elmo.

 

 

     Fig. 4

 

     Fig. 5

 

     Fig. 6

 

     Fig. 7

La forma dell’elmo da parata non trova puntuali confronti con esemplari di questo periodo ed è genericamente ritenuta una variante dell’elmo di Negau (Slovenia) largamente diffuso in Italia centrale nel corso del VI sec. a.C. Due elmi a calotta in bronzo di fabbricazione laziale della fine dell’VIII sec. a.C. rinvenuti rispettivamente a Roma, nel sepolcreto dell’Esquilino (tomba 94) e alla Laurentina Acqua Acetosa (tomba 93), costituiscono la più antica attestazione nel Lazio dell’elmo e potrebbero costituire i precedenti formali dell’elmo di Lanuvio (più recente di circa due secoli). Per quanto riguarda la resa degli occhi, naso e sopracciglia (che rivelano il carattere apotropaico di questa rappresentazione), essa trova generici confronti con altri esemplari più o meno simili – che ostentano però lavorazioni molto meno raffinate e preziose – uno dei quali, proveniente dall’Italia, è conservato a Berlino; altri confronti si hanno con l’area di Todi oppure picena, mentre, in totale assenza di dati provenienti dalle botteghe del Lazio a causa delle leggi anti suntuarie, si può affermare che il tipo di lavorazione dell’esemplare di Lanuvio si avvicina ad alcune produzioni etrusche, in particolare quelle di Vulci.

 

Corazza da parata

Questa corazza anatomica in bronzo è il più antico esemplare rinvenuto in Italia. Ottenuto da una sottile lamina lavorata a sbalzo che esalta fortemente le varie parti della muscolatura, apparendo nell’insieme molto simile ad una pregevole scultura; le due valve della corazza unite da spallacci sono asimmetriche e la posteriore risulta più corta forse per favorire la posizione seduta, assecondando in particolare i movimenti del cavaliere sul cavallo. All’interno furono rinvenute all’atto dello scavo tracce di sostanze organiche pertinenti all’imbottitura in cuoio e lino.

Si tratta indubbiamente di un esemplare di eccellente fattura, ottimamente conservato, privo di scalfitture e per queste ragioni, esattamente come per l’elmo, potrebbe trattarsi di un oggetto da parata. Sulla sua provenienza vale quanto detto per l’elmo: i confronti si limitano ad esemplari più tardi rinvenuti nell’area etrusca o italica, che ostentano comunque nella resa formale differenze sostanziali.

 

     Fig. 8

 

     Fig. 9

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Per quanto riguarda in particolare il problema del luogo di fabbricazione dell’elmo e della corazza, due oggetti indubbiamente prestigiosi, è necessario far tesoro di quanto avvenuto in passato per quanto riguarda i secoli precedenti. Esattamente come per il periodo arcaico, della produzione artigianale del Lazio di età protostorica, soprattutto nell’VIII e VII sec. a.C., non si sapeva quasi nulla. Inevitabilmente, ogni oggetto di pregevole fattura rinvenuto nelle tombe veniva attribuito sistematicamente come proveniente dall’area etrusca o campana, negando in tal modo la produzione locale di intere classi ceramiche o metallurgiche. Anche complessi prestigiosi laziali rinvenuti nell’800, si pensi ad esempio alle prestigiose tombe principesche prenestine come la Bernardini, vennero attribuiti a personaggi etruschi ivi sepolti.

Ma, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, iniziarono gli scavi sistematici in vari centri del Lazio che hanno rivoluzionato le nostre conoscenze di quei periodi. In particolare, le numerose tombe a carattere principesco di VIII e VII sec. a.C. rinvenute in vari centri del Lazio hanno documentato una fiorente produzione metallurgica locale assai diversificata di oggetti eseguiti in lamina di bronzo quali scudi, elmi, tripodi di vario tipo, lebeti, ciste, carrelli incensieri, grandi flabelli, alari, spiedi, poggiapiedi e naturalmente fibule, affibbiagli e numerosi oggetti di ornamento femminile. Accanto ad officine specializzate nella lavorazione di oggetti che prevedono la fusione del bronzo e ferro per la fabbricazione di armi (lance, spade, giavellotti) o di carri che richiedono nella stessa bottega la presenza di più artigiani specialisti in vari tipi di lavorazione, è documentata anche l’esecuzione di oggetti preziosi in oro e argento. Ciò vale naturalmente anche per la produzione ceramica, pregevole e del tutto autonoma; una grande sorpresa in merito è stata la scoperta della copiosa produzione laziale di vasellame in bucchero, che per molto tempo si è creduto fosse di esclusiva fattura etrusca.

Per contenere l’esplosione del lusso funerario e l’esibizione di veri e propri tesori nelle tombe con il solo scopo di esaltare lo status dei defunti ed il loro ruolo sociale e in definitiva il prestigio delle genti di appartenenza, in tutto il Lazio antico intervennero leggi anti suntuarie, a partire dal 575 circa a.C. Da allora e per oltre due secoli, non ci è pervenuto alcun oggetto dalle tombe per cui non abbiamo la minima idea dello sviluppo successivo delle botteghe laziali e della produzione artigianale. In questo panorama la tomba di Lanuvio esibisce l’unico corredo del Lazio e, inevitabilmente si ritorna all’Etruria con i confronti e non solo. Le conclusioni degli studiosi, direttamente o indirettamente sono le stesse: il giovane sepolto non è di Lanuvio, pertanto i giochi nei quali risulta vincitore potrebbero essere stati svolti in altre regioni, ecc.

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Disco da lancio

Eseguito in bronzo, ha un diametro di 23, 1 cm. e pesa 2, 100 kg. Mostra una complessa raffigurazione incisa su entrambe le facce. La meglio conservata mostra la breve rincorsa di un discobolo prima di avvolgersi e di effettuare lo scatto per il lancio. I capelli sono trattenuti da un nastro (krobylos), assente nelle rappresentazioni etrusche ma presente in tombe laziali già a partire dalla fine dell’VIII sec. a.C. (un esemplare in argento dalla Laurentina). L’atleta è nudo e trattiene il disco con la mano destra. La rappresentazione centrale è contornata da un motivo a treccia delimitato da foglie d’edera e corimbi e da un cerchio di foglie embricate, noto in ambito etrusco, in particolare a Vulci.

L’altra faccia mostra un cavaliere con elmo sormontato da un cimiero molto allungato che indossa una corazza e apparentemente anche gli schinieri. Viene rappresentato all’atto di scendere dal cavallo in corsa, reso in posizione rampante; con la mano sinistra regge le briglie, con la destra una lunga asta. Anche questa rappresentazione figura entro un motivo molto simile al precedente che reca alcune piccole varianti.

 

     Fig. 10a

 

     Fig. 10b

 

     Fig. 11a

 

     Fig. 11b

 

Tutti gli studiosi concordano sull’ipotesi che il disco di bronzo con decorazione incisa su entrambe le facce rappresenti un premio donato al vincitore (di questa specialità?) e non un reale attrezzo da gara. Oggetti simili, dello stesso peso, ugualmente in bronzo e dalle dimensioni assai vicine al nostro provengono da Olimpia; essi mostrano specialità agonistiche incise rispettivamente di salto su un lato e lancio del giavellotto sull’altro (esemplari nn. 8 e 10 nella tabella sotto).

 

Nel disco di Lanuvio, la decorazione in cui appare il discobolo risulta essere assai comune e trova numerosi confronti anche nella presa del disco (nell’antichità esistevano vari modi di lanciarlo) come documentano pitture parietali o vasi rinvenuti in Etruria o in ambienti greci e magnogreci. La raffigurazione dell’altro lato risulta invece di straordinaria importanza per comprendere appieno il senso del corredo della tomba. La specialità è quella che si ricollega ai volteggi su cavallo (o più cavalli) effettuati in corsa da acrobati detti desultores; in questa particolare circostanza ricorda però un tipo di gara noto in Grecia come kalpe, che prevedeva, nell’ultimo giro di pista, la discesa da cavallo del cavaliere che doveva percorrere l’ultimo giro a piedi, correndo e inseguendo il cavallo. Nel nostro caso, il cavaliere compie un esercizio simile, ma armato di tutto punto, dotato di armi da difesa o da offesa tipici però della fanteria pesante. E’ stato giustamente osservato a proposito che esistono dei paralleli tra queste gare ed episodi reali avvenuti in battaglie tra Latini, quando i cavalieri scesero da cavallo per combattere a piedi in appoggio alla fanteria, come nel caso della cavalleria romana nella battaglia del Lago Regillo del 499 o 496 a.C., un periodo questo contemporaneo alla tomba di Lanuvio.

Per questa ragione è prevalsa la tesi che il giovane lanuvino fosse un guerriero, in particolare un cavaliere (a giudicare dall’assenza dello scudo e degli schinieri) sepolto con le sue armi, i suoi oggetti da palestra ed i trofei vinti come atleta in Etruria o in altre regioni. Si è anche pensato ad un capo in guerra, una sorta di mercenario venuto da lontano, ma, come si è visto, del tutto erroneamente.

 

La spada

La spada in ferro è lunga cm. 81 e mostra una lama ricurva ad un solo taglio spessa 7 cm. L’impugnatura ad anello reca ancora tracce di legno (forse di osso) con cui era rivestita. Probabilmente la spada è associata al balteo in cuoio presente nella tomba e del quale rimangono alcuni frammenti della fibbia in bronzo. Il balteo era a sua volta fermato alla vita dal cinturone rinvenuto addosso al defunto, formato da una fascia di borchiette bronzee fissate ad un supporto di cuoio; il cinturone mostra al centro una fibbia circolare di 8 cm. di diametro.

Questa spada è tipica dell’ambiente piceno, nel quale è assai diffusa tra VI e V sec. a.C. ed è del tutto simile anche alla machaira greca. Probabilmente, nel periodo in questione, questa spada (e forse lo scudo di cuoio o legno di cui parla Polibio) era in dotazione nel Lazio anche alla cavalleria, quando agli equites veniva richiesto di scendere da cavallo e combattere in appoggio alla fanteria.

 

Altri oggetti

Gli elementi sotto elencati rientrano nella classe degli oggetti usati nel corso delle gare definiti genericamente da “palestra”, tranne l’ascia (?) di cui non si conosce l’uso.

– Punta di giavellotto in ferro.

– Due puntali conici in ferro. All’interno conservano tracce di legno. Il diametro piuttosto piccolo, rispettivamente di cm. 2 e 2,2 dimostra che non erano puntali di lance (sauroteres) come talvolta ipotizzato. L’assenza di lance nella tomba è anche documentato dalla mancanza dei tipici cilindretti metallici per l’impugnatura che si rinvengono nella parte centrale dell’asta.

– Due (?) unguentari (alabastra) in alabastro. All’atto dello scavo ne furono elencati tre.

– Borsa per contenere la sabbia in pelle e bronzo

– Almeno due strigili in ferro

– Parti di fibbia in bronzo

– Ascia (?) di ferro. Parte finale di un oggetto immanicato simile ad una zappa

Nell’insieme, il corredo della tomba rivela almeno quattro specialità agonistiche: lotta, lancio del disco, lancio del giavellotto e abilità equestre: probabilmente l’atleta lanuvino si cimentava nel pentathlon, ma anche in prove singole, come dimostra la vittoria nella gara del lancio del disco.

 

 L’ATLETA DI LANUVIO E I LUDI DELLE FERIE LATINE

Il giovane esponente dell’aristocrazia di Lanuvio venne sepolto accanto a tutti gli oggetti usati nel corso delle gare. Sono assenti nella tomba i tipici oggetti di corredo funebre, sia di uso personale (fibule, affibiagli, ecc.) oppure quelli che di norma fanno parte del corredo di accompagno, come vasellame e recipienti sia ceramici che metallici, accanto ad altri numerosi oggetti che di solito sottolineano lo status del defunto o il prestigio della famiglia di appartenenza. Questa vistosa assenza da un lato e la presenza di oggetti esclusivamente usati nel corso delle gare dimostra da un lato che venne pienamente rispettata la legge che vietava tassativamente la presenza di qualunque oggetto di corredo nelle tombe, ma nel contempo che venne fatta un’eccezione, rarissima nel Lazio, autorizzando la sepoltura di un atleta con i suoi cimeli e attrezzi agonistici e ciò esclude nel modo più assoluto che le armi da difesa o da offesa abbiano voluto sottolineare e connotare il giovane come guerriero. Naturalmente questo non esclude affatto anche un ruolo militare del ragazzo in vita, ma ci basta osservare che esso venne ricordato e sepolto esclusivamente come atleta; in altre parole, dobbiamo chiederci perché le rigide leggi che in tutte le città del Lazio regolavano le sepolture autorizzarono eccezionalmente questa cerimonia funebre.

La scoperta che l’atleta in questione fosse un membro dell’aristocrazia lanuvina (che è anche la supposizione più ovvia) allontana molte ipotesi fatte in passato, le quali connotavano questo personaggio come un guerriero estraneo al mondo latino, vincitore di gare avvenute altrove, magari in Etruria oppure in altre regioni lontane dal Lazio. Come purtroppo già accaduto in passato, in totale assenza di documentazione archeologica, al mondo albano e latino viene negato qualunque ruolo, che non sia quello di Roma ovviamente, ma anche in questo caso le testimonianze in questione sono del tutto assenti o comunque deludenti.

Al contrario, la prestigiosa panoplia di Lanuvio documenta il grande risalto e prestigio dei giochi latini che si tenevano ogni anno in occasione delle ferie Latine in onore di Giove Laziale, la divinità suprema del Lazio venerata sul Monte Albano. A questi giochi, noti come “ludi Latini” – che da un certo momento in poi, comunque assai antico, si tennero solo a Roma (e ciò avvenne prima dei ludi Romani e dei ludi plebei) – partecipava il fior fiore della gioventù latina, esibendo evidentemente preziosi armamenti da parata ed oggetti ginnici lussuosi, per molti dei quali non si esclude affatto la produzione locale, oggetti che dovevano esaltare e nobilitare principalmente il prestigio dei populi di appartenenza.

La sacralità dei ludi Latini in onore di Giove è probabilmente la chiave di lettura per comprendere il carattere religioso che ha legittimato la presenza della panoplia nella tomba di Lanuvio. In questa prospettiva va attribuita alla religiosissima Città di Lanuvio – come attesta il famoso tempio dedicato a Giunone Sospita –  la volontà di seppellire un illustre cittadino che l’ha nobilitata nel mondo latino con le sue vittorie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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