ARCHEOLOGIA

LE STRADE DEL MONTE ALBANO (Rocca di Papa)

                               

               

(di Franco Arietti)

LE STRADE DEL MONTE ALBANO

 

IL MONTE ALBANO

 

Marco Porcio Catone (un tuscolano si badi bene, quindi un “Albano” che doveva conoscere perfettamente la storia di questi luoghi) asseriva che il mons Albanus aveva ricevuto il nome da Alba Longa. Ciò significa che quest’ultima, non solo doveva trovarsi nelle immediate vicinanze del monte, ma veniva intesa come una realtà antichissima, addirittura precedente a livello cronologico alle primitive attività religiose e cultuali praticate sulla vetta del Mons Albanus.

Purtroppo l’esatta ubicazione e la morfologia del Monte Albano non sono mai state oggetto di studio; ed è proprio questa omissione ad aver creato molta confusione a livello scientifico – spingendo molti studiosi nella direzione sbagliata – dal momento che il mons Albanus è stato spesso menzionato nell’antichità, in particolare per ubicare ad esempio luoghi come Alba Longa o il Capo d’Acqua Ferentina, il luogo delle adunanze politiche dei Latini.

Dal punto di vista geografico e sotto l’aspetto strettamente fisico, è importante tenere presente che quando si parla di Monte Albano ci si trova al cospetto di un’elevazione posta sulla sommità della cinta craterica (il Recinto delle Faete,) e non di fronte ad un monte isolato. Si tratta cioè di un piccolo “cono di scorie” (Fig. 1), ovvero di un episodio vulcanico che segna la fase terminale del Vulcano Laziale; di fronte, a settentrione se ne trova un altro simile sulla stessa cinta craterica: Monte Jano.

 

Fig. 1 – Il Monte Albano (in rosso) sulla cinta craterica delle Faete

 

Per questa ragione, il mons Albanus menzionato da Livio coincide esattamente con la definizione moderna di Monte Cavo, poiché entrambi i rilievi condividono lo stesso pianoro sommitale, cioè l’area sacra (il lucus dei primordi) e, obbligatoriamente, anche le medesime propaggini laterali fino alla sommità della cinta craterica: visto dai Campi di Annibale (mediamente a quota 750 m s.l.m.), Monte Cavo altro non è che una modesta altura del ‘Recinto delle Faete’ che si distingue per la sua caratteristica forma vagamente trapezoidale (Figg. 2 e 3). Lo stesso vale per ciò che riguarda il lato meridionale opposto, dove le pendici del Monte Albano appaiono delimitate dal precipizio della cinta craterica fino alla Via dei Laghi (quota 600 m. s.l.m).

 

Fig. 2 – Vista aerea del Recinto delle Faete. La freccia indica la visione del Monte Albano dai Campi D’Annibale

 

Fig. 3 – Vista dai Campi D’Annibale del Monte Albano che si eleva sul Recinto delle Faete (da:Arietti 2020).

 

Al contrario, visto da ovest (ad es. da Roma e da ogni parte dell’Agro romano), il monte risulta maestoso e dominante, ma solo in apparenza (Fig. 4), poiché da questa parte la cinta craterica è crollata mettendo in evidenza la sezione del cratere, che illusoriamente appare un tutt’uno con il Monte Abano.

Fig. 4 – Il Monte Albano visto dall’Agro Romano

 

Ma visto da vicino, anche da questo lato il Monte Albano risulta perfettamente circoscritto (Fig. 5) e mostra le medesime ridotte dimensioni viste dalle altre tre parti; infatti la sua delimitazione occidentale è netta e determinata dal promontorio pianeggiante della località denominata Prato Fabio, separata dalle pendici scoscese del Monte Albano da una netta scansione (Fig. 6); in antico, la totale estraneità del pianoro di Prato Fabio era addirittura stabilita anche livello giuridico – sacrale da una delimitazione che, come vedremo, distingueva in modo netto tutto il pianoro aggettante di Prato Fabio dal grande bosco sacro di Giove, con cui confinava.

 

Fig. 5

Fig. 6 (da:Arietti 2020).

 

Fig. 7 – Vista generale da Tuscolo del recinto craterico delle Faete, con il Monte Albano e Prato Fabio (da:Arietti 2020). 

 

***

 

Possiamo quindi concludere che le diverse definizioni che configurano Monte Cavo, il Mons Albanus ed ora anche il bosco sacro, possono essere ricondotte alla medesima realtà spaziale, in quanto la loro delimitazione e posizione geografica coincidono perfettamente su tutti i lati. E’ significativo considerare che queste affermazioni trovano un preciso riscontro con quanto riportato a proposito dalle fonti antiche. In particolare, il solo Tito Livio cita il mons Albanus oltre trenta volte in diverse circostanze, ma sempre ed esclusivamente in connessione con l’area sacra: lo fa trattando del bosco sacro, oppure menzionando i culti e le feste latine sulla vetta, così come per gli eventi cerimoniali o singoli fatti legati alle strade che ne risalgono le pendici.

Per ultimo, va considerato che fino a tre anni fa, nella letteratura scientifica, veniva presa in considerazione solo la strada lastricata che, partendo dalla Via Appia Antica presso Ariccia, porta alla vetta; essa veniva spesso chiamata con nomi del tutto arbitrari (via Albana, via Sacra, via dei Trionfi, via del Nume, addirittura “via dei canti latini”), dal momento che le fonti antiche non l’hanno mai indicata con un nome specifico.

In realtà, recentemente (vedi: Arietti 2017) ho potuto accertare che le strade sono due, poste una sull’altra. Questa sovrapposizione è perfettamente visibile lungo un tratto di circa trenta metri che riaffiora presso la vetta (Figg. 8b, 8c e 21) ed anche presso la Via dei Laghi: si tratta della strada arcaica, più antica di circa mezzo millennio rispetto a quella lastricata soprastante, ma rispetto ad essa il suo percorso è assai breve, poiché non inizia da Ariccia, ma lungo la Via dei Laghi, presso la famosa fonte perenne di Fontan Tempesta. A testimonianza delle antichissime frequentazioni di quest’ultima area depongono i rinvenimenti di materiali di vari periodi, a partire dall’età del bronzo.

Fino alla metà dell’800 era perfettamente visibile il tratto di strada arcaica che da Fontan Tempesta saliva attraversando la Via dei Laghi. Nella famosa Carta del Lazio, un documento straordinario e affidabilissimo redatto da Pietro Rosa tra 1850 e 1870, viene infatti documentato il punto in cui la via basolata proveniente dall’Appia Antica si sovrappone alla strada arcaica (Figg. 8a,8b e 8c) Ciò significa che fin dalle origini si risaliva la cinta craterica da meridione fino alla vetta e che quindi il percorso delle ferie latine era sempre rimasto lo stesso nel corso dei secoli.

 

                  Fig. 8a – Pietro Rosa 1850 – 1870 (da:Arietti 2020).                    Fig. 8b – Idem con nostri commenti (da:Arietti 2020).

                                                                               

 

Fig. 8c – Vista generale delle fasi relative alle strade per il Monte Albano   

 

LA STRADA ARCAICA

 

Fino a pochi decenni fa queste strade erano praticamente sconosciute. Sono stati gli scavi archeologici preventivi della Soprintendenza archeologica di Roma, iniziati negli anni ’70 per controllare la fervente attività edilizia del suburbio – effettuati su grandi aree con mezzi meccanici – a metterle in luce sistematicamente.

Nel Lazio queste primitive strade sono scavate in profondità (talvolta fino a qualche metro) nel banco tufaceo – pozzolanoso tipico delle regioni vulcaniche. Esse mostrano sul piano rotabile del fondo (largo mediamente circa due metri) una massicciata costituita da solide pietre (spesso piroclastiti rinvenuti durante gli sbancamenti della strada stessa, oppure ciottoli di fiume, ecc.), resistenti all’usura delle ruote dei carri, riconoscibile dai due solchi che indicano il passaggio di un solo carro per volta; la presenza di piazzuole laterali praticate sporadicamente in alcuni punti del tracciato consentiva il transito di due carri che si muovevano in direzione opposta.

Quasi sempre, a monte della depressione stradale, si trovano delle canalette parallele alla strada che intercettano l’acqua piovana, evitando che le vie diventassero dei veri e propri torrenti; talvolta, specialmente qualche secolo dopo, a monte della strada e a lato di essa, si rinvengono dei cunicoli, poiché l’acqua veniva raccolta in cisterne o semplici vasche – abbeveratoi per gli animali.

Per molto tempo si è anche creduto che nel Lazio antico si dovesse attendere il corso dell’VIII sec. a.C. per assistere alla costruzione delle prime strade arcaiche. Lo facevano pensare l’apparizione dei primi finimenti equini e soprattutto la presenza dei primi carri deposti nelle tombe laziali più prestigiose (cosiddette “principesche”). Ma le recenti scoperte nel territorio aricino, a Santa Palomba, dei famosi modellini di carri miniaturizzati apparsi nelle tombe risalenti alla fine del X – inizi del IX sec. a.C. e perfettamente identici a quelli rinvenuti due secoli dopo, hanno permesso di rialzare la cronologia della costruzione delle strade arcaiche agli inizi dell’età del ferro (Fig. 9). Ci sembra superfluo aggiungere che per far transitare quei carri assai pesanti era necessario rimuovere lo strato argilloso superficiale e scavare il banco tufaceo sottostante per raggiungere un piano rotabile solido, rinforzato con adeguata massicciata.

Fig. 9 – Santa Palomba (Ariccia) – Tomba 1 (X sec. a.C.) (da: De Santis 2011).

 

Queste strade, dal percorso tortuoso, venivano denominate in antico viae glareatae, e le ritroviamo per molti secoli, anche se progressivamente sostituite da quelle lastricate a partire dall’età medio – repubblicana; in molti casi, le strade arcaiche in abbandono si trovano al di sotto degli strati di preparazione delle strade basolate, usate come cavo di fondazione.

Per ultimo, va detto che la rete stradale arcaica si sviluppò molto lentamente. Inizialmente le strade portavano semplicemente dal villaggio alle risorse (campi, boschi, ecc.). Le strade a media e lunga percorrenza erano perciò rarissime. Sui Colli Albani i tracciati più antichi erano due: il più antico probabilmente fu quello che ricalcava grosso modo la moderna Via dei Laghi, l’altro seguì la direttrice della Valle Latina dove si snodò successivamente la futura Via Latina (Fig. 10).

 

                  Fig. 10 – Principali arterie arcaiche albane: lungo la Via dei Laghi e la futura Via Latina (da:Arietti 2020).                

 

***

 

LA VIA ARCAICA, LA FONTE PERENNE E IL RADUNO DEI POPOLI LATINI

Sappiamo che le ferie latine ebbero inizio in tempi assai remoti. Le fonti antiche al riguardo sono spesso contradditorie, ma si pensa che queste cerimonie, come minimo, si tennero annualmente già nel corso del VI sec. a.C.

Ciò significa che tutti i popoli del Lazio antico, da qualunque parte arrivassero, alla fine dovevano obbligatoriamente transitare lungo la strada che ricalcava la Via dei Laghi, dal momento che il luogo del raduno era la zona pianeggiante dove si trova la fonte di Fontan Tempestal. Da qui infatti partiva la salita: la strada arcaica risaliva dapprima la cinta craterica (per 1,7 km circa) e infine il Monte Albano fino alla vetta (per altri 900 metri circa) (Fig. 11).

 

Fig. 11

 

Dunque, decine di convogli che trasportavano i vari capi e dignitari più importanti in rappresentanza di ogni centro latino, partiti da luoghi lontanissimi, viaggiavano sotto scorta armata, equipaggiati con tutto il necessario per trascorrere più giorni nelle tende che ciascuno allestiva nella grande spianata (in località Le Piagge), posta accanto alla fonte perenne di Fontan Tempesta.

In altre parole, centinaia di persone con i loro carri ed equipaggiamenti, animali da traino ecc., bivaccavano alle pendici della cinta craterica poiché solo i dignitari, quali rappresentanti di ogni comunità, potevano salire per le cerimonie, a piedi o a cavallo, dal momento che la strada arcaica, stretta e disagevole, doveva assolutamente sconsigliare l’assembramento di centinaia di carri e cavalli nella lunga risalita a senso unico, tra l’altro priva di fonti d’acqua fin sulla vetta.

Queste considerazioni non sono affatto superflue o secondarie. Grazie alla strada arcaica abbiamo identificato il luogo annuale di raduno dei Latini presso la fonte perenne. Come si chiamava questo luogo di ritrovo per la “feria latina” (quella che inizialmente durava solo un giorno)? Forse non siamo lontani dal vero ipotizzando che il (tardo) nome della celebre fonte Ferentina derivi proprio da “feria latina, (che in età arcaica doveva essere pronunciata fesia latina).

Sappiamo dalle fonti antiche che, oltre alle ferie latine, i popoli del Lazio aderenti alla lega latina si radunavano periodicamente per le assemblee politiche presso la fonte Ferentina. Intorno alla sua posizione sono sorte numerose ipotesi contrastanti. Questa località che le fonti antiche pongono sub Albano monte, tanto discussa tra gli studiosi, è quindi rimasta ipotetica e ignota. Ma che senso aveva per i Latini trovare un altro posto di raduno, visto che disponevano di quello collaudato e utilizzato ogni anno, per secoli, presso la fonte perenne della via dei Laghi? Inoltre, il famoso capo d’acqua Ferentina venne abbandonato assai presto, alla fine del VI sec. a.C., e da questo momento in poi, i raduni politici si tennero nei pressi, nel bosco sacro di Diana Nemorense.

 

 

 LA VIA LASTRICATA

La via per il Monte Albano si staccava dall’Appia Antica all’altezza di Ariccia e raggiungeva la vetta del Monte Albano dopo un percorso di quasi sette chilometri. Non sappiamo con certezza quando venne conclusa quest’opera ma, ciò avvenne sicuramente dopo la seconda metà del III sec. a.C. o, più probabilmente, agli inizi del II, forse nel 174 a.C., secondo quanto riportato da Tito Livio in un passo che racconta la fervente attività riguardo ai rifacimenti di vie glareate che iniziavano ad essere lastricate in Roma ad opera dei Censori; il passo in questione è purtroppo guasto e frammentario proprio quando si riferisce alla (strada?) che si percorreva sul Monte Albano per le ferie latine. Da notare che due anni prima, nel 176 a.C., un console che ritornava dalle cerimonie sul Monte Albano era caduto e aveva sbattuto la testa rimanendo paralizzato (si tratta di Gneo Cornelio Scipione Ispallo, morto poco dopo in seguito a quella caduta). Probabilmente il fatto era avvenuto sulla via arcaica, assai disagevole e dal fondo sconnesso; la decisione di lastricare la strada due anni dopo fu forse presa in seguito a questo episodio.

A differenza delle strade arcaiche, il piano rotabile delle strade basolate si trova a livello del piano di campagna, ma necessita di alcuni strati (strata) di preparazione (si chiamano “strade” per questo motivo). Rispetto alla via arcaica, dall’andamento sinuoso, la nuova strada che vi si sovrappone ha di norma un andamento rettificato quindi è possibile che per lunghi tratti (non consacrati, quindi almeno fino al Prato Fabio), ciò sia avvenuto senza alcun problema. Anzi, in qualche caso, probabilmente il cavo della via arcaica servì da fondazione alla strada basolata. Ma, come vedremo in seguito, la via arcaica ricadente nel bosco sacro, era inviolabile per cui la costruzione dell’ultimo chilometro di basolato, a partire dal Prato Fabio fino alla vetta, deve aver creato un’infinità di problemi (Fig. 21).

 

I DUE DIVERSI REGIMI GIURIDICI: DALL’APPIA A PRATO FABIO E DA QUI ALLA VETTA

Nell’insieme, è necessario distinguere la natura dei due tratti di strada, che furono verosimilmente sottoposti a regimi giuridici differenti: la via publica dall’Appia Antica al Prato Fabio e la via consacrata, regolata dalle norme religiose dei boschi sacri, che da Prato Fabio porta alla sommità (Fig. 21).

Questa distinzione legittima l’ipotesi che i due percorsi stradali avessero ricevuto necessariamente anche nomi differentil. Se per il primo tratto è facile supporre che fosse denominato semplicemente clivus, per l’altro, ben diverso per la sua natura sacra e inviolabile (come qualunque altra presenza, vegetale o di altra natura, presente nel bosco sacro), è probabile che solo in circostanze particolari – come ad esempio nel caso dei trionfi, o delle solenni processioni nel corso delle ferie latine, o cerimonie periodiche, oppure in situazioni eccezionali come rifacimenti della strada, ecc. – venisse qualificato con il suo specifico nome religioso di Sacra via. Ciò non toglie ovviamente che la strada venisse intesa normalmente con il nome di clivus, come ad esempio risulta dagli Atti degli Arvali per quanto riguarda il bosco sacro della dea Dia, dove il ruolo della strada che lo attraversa risalendo fino alla vetta, nell’ambito del racconto risulta del tutto marginale.

Per quanto riguarda il primo tratto di strada (forse solo dall’inizio della salita con forte pendenza a partire dalla Via dei Laghi), si può presumere che esso sia stato oggetto di alcuni rimaneggiamenti, alcuni dei quali risalenti alla prima età imperiale. La strada appare larga circa m. 4, quindi consente il passaggio di due carri che si muovono in senso inverso. La superficie dei basoli risulta scalpellata, elemento distintivo dell’intervento di un restauro successivo alla costruzione del lastricato repubblicano, riconoscibile dalle tipiche superfici lisce. Non sappiamo se questo restauro si sia limitato al trattamento della superficie dei basoli (accorgimento che permette di non scivolare) ma sia stato ben più radicale. In altre parole, è possibile che la larghezza della strada sia stata modificata. Questo sospetto è legittimo se si considera che la strada repubblicana, nell’ultimo tratto successivo fino alla vetta, si restringe ad appena a m. 2,70 e, quindi, non consente il passaggio di due carri procedenti in senso inverso; inoltre, l’assenza di piazzole laterali ci assicura che la strada poteva essere percorsa solo a piedi.
Nell’insieme, gran parte del lastricato si presenta in eccellente stato di conservazione (Fig. 12) e così pure le crepidini laterali, che alternano i caratteristici gomphi, i grandi blocchi disposti a qualche metro uno dall’altro, alla serie dei più piccoli umbones.

 

Fig. 12 – Tratto di strada che separa le pendici del Monte Albano dal Prato Fabio. Le crepidini ai lati alternano singoli gomphi (segnalati dalle frecce) a serie di piccoli blocchi (umbones)

 

L’ottimo stato di conservazione della strada mostra ancora dettagli costruttivi molto accurati, come gli scolmatoi che appaiono lungo i tratti in forte pendenza, eseguiti mediante la realizzazione di avvallamenti obliqui del lastricato con lo scopo di intercettare e convogliare le acque piovane fuori dalla sede stradale, per poi raccoglierle in apposite conserve d’acqua (una di queste si trova a valle, dove oggi riaffiora il basolato ed inizia la salita presso la Via dei Laghi). In questa zona va segnalata la presenza di tre phalli (Fig. 13,a e 13b) scolpiti sui basoli lungo questo tratto di strada (uno dei quali, visto in passato, è irreperibile). Inoltre, su un basolo posto al centro della strada (Fig.13c), compaiono, sottolineate, due lettere: C V.  Sono state fatte numerose ipotesi (va scartata l’idea che esse alludano al curator o ai curatores viarum); forse la lettera C allude al clivus, seguita da un suo attributo (?), forse dalla V intesa come numerale, a giudicare dalla sottolineatura.

Fig. 13a, b, c (da:Arietti 2020).

Un’ultima annotazione riguarda il diverticolo basolato che risale, raggiungendo il pianoro di Prato Fabio (ben visibile nel 1920 e in tempi recenti) (Fig. 21); E. Gatti, che lo vide e descrisse nel 1920 affermò che “doveva staccarsi dalla vicina Via Trionfale“. Se ciò corrisponde al vero, il diverticolo si stacca dal primo tratto di strada largo quattro metri, quindi dalla via publica appena descritta. Attualmente affiora all’interno di una proprietà privata, per cui non è stato possibile accedervi ed esaminarlo.

Appena superata la scansione del Prato Fabio, accompagnato da un imponente muro a blocchi con facce bugnate (Fig 14) – che probabilmente delimitava il bosco sacro e le pendici estreme del Monte Albano – inizia l’ultimo tratto di strada che si snoda per una lunghezza di circa m. 960 fino alla vetta.

 

Fig. 14

 

INGRESSO DELLA VIA NEL BOSCO SACRO DI GIOVE APPENA SUPERATO PRATO FABIO

Quando la sede stradale si riduce da 4 m. a 2,70 m., ha inizio il bosco sacro (lucus) (Fig. 15). Da questo punto in poi anche la via diventa sacra a Giove come tutto ciò che la circonda. Il lucus era un luogo consacrato e rigidamente protetto da ogni tipo di profanazione, tanto che, nelle forme più estreme, vigeva la pena capitale: era chiamato capitalis il bosco ubi si qui violatami est, caput violatoris expiatur.

 

Fig. 15 – Ingresso nel Bosco Sacro di Giove e inizio della Via Sacra 

 

La protezione rituale dei boschi sacri era regolata dal diritto pontificale e dall’aruspicina, per cui vigevano numerose norme, a cominciare da quella più nota e diffusa che prevedeva il severissimo divieto di tagliare o manomettere alberi se non per usi sacrali. A protezione del luogo sacro vi erano norme rigorosissime, a cominciare dal fatto che era vietato a chiunque il solo entrare nei boschi sacri se non nei giorni stabiliti per le cerimonie di culto. Se ciò accadeva, si dovevano fare riti espiatori, immolando soprattutto maiali. Persino l’intrusione periodica degli addetti ai lavori e la necessaria introduzione degli arnesi di ferro (vietati) andava disciplinata; a partire dall’età augustea, gli atti annuali dei sacerdoti scolpiti su marmo erano incisi con arnesi di ferro, quindi anche in quell’occasione si rendevano necessari i sacrifici espiatori. Accadeva poi che alberi o rami secchi cadessero da soli; ciò richiedeva ugualmente un sacrificio espiatorio. Veniva altresì proibito di far entrare animali addomesticati (ad esempio il cavallo nel lucus Dianium di Ariccia), ma ciò non valeva per quelli selvaggi o quelli ritenuti patrimonio del santuario. Una serie di norme disciplinavano casi eccezionali, come la necessità di permettere l’accesso nei boschi sacri a persone non accreditate per svolgere lavori speciali, ad esempio la rimozione di ostacoli pesanti (come la caduta di grandi alberi), che richiedeva un grande numero di persone. In questo caso bisognava procedere ai riti espiatori per l’introduzione sia di mezzi impiegati (si pensi solo ai cerchioni in ferro delle ruote dei carri ed alle varie parti metalliche delle bardature) che di animali normalmente interdetti (cavalli da traino, buoi ecc.). Talvolta venivano richiesti sacrifici speciali e solenni quando si rendeva necessario piantare degli alberi. L’accidentale caduta di un fulmine nel bosco era intesa come segno della collera divina che configurava una colpa da espiare con opportuni sacrifici. Se si rendeva necessario procedere alla purificazione di un’intera area, si doveva procedere al sacrificio plurimo rivolto a più divinità, immolando un maiale, un montone ed un toro (suovetaurilia).

Una norma che ci interessa in modo particolare riguarda ad esempio la circostanza per cui il sacerdote immolava i maiali per lavori che si sarebbero fatti. I sacrifici andavano fatti prima e dopo l’esecuzione dei lavori. Questo aspetto è per noi rilevante per comprendere la natura delle numerose iscrizioni religiose apparse sui basoli e sulle crepidini laterali della via che sale alla vetta, nonché la presenza di oltre cento “cippi” (coppie di gomphi) che delimitavano esattamente i tratti in cui la strada era stata restaurata e che doveva essere quindi riconsacrata.

Infatti, dopo pochi metri, salendo, si incontra il primo tratto di lastricato repubblicano restaurato, segnalato all’inizio e alla fine da quattro coppie di grossi blocchi (gomphi) posti lungo le crepidini, disposti frontalmente su entrambi i lati della strada; gomphi che invece, da Ariccia e fino all’altezza del Prato Fabio, troviamo isolati tra loro, spaziati di qualche metro uno dall’altro e alternati a blocchetti più piccoli (umbones) (Fig. 12).

Di seguito viene riprodotto lo schema che riassume la modalità con la quale venivano sistematicamente evidenziati i tratti restaurati (Fig. 16). Nel corso dei secoli questi lavori vennero eseguiti in tempi diversi, quindi da maestranze differenti, ma lo schema rimase sempre e comunque rigorosamente identico. Esso ci permette di riconoscere, con estrema precisione, 26 tratti restaurati lungo la distanza di circa 900 metri.

Fig. 16 (da:Arietti 2020).

 

Queste serie di quattro coppie di gomphi usati come “cippi” su entrambi i lati della strada, hanno il compito di segnalare e delimitare sistematicamente, con assoluta precisione, l’inizio e la fine di un tratto restaurato, la cui delimitazione passa di solito esattamente in mezzo ai due blocchi accostati che si fronteggiano su entrambi i lati della strada.

Per queste ragioni, diventa agevole riconoscere immediatamente questi interventi per tutta la via sacra, che si limitano normalmente a pochi metri, anche perché, oltre alle quattro coppie di cippi, il lastricato restaurato mostra superfici scalpellate e si inserisce in modo appariscente tra i basoli dalle superfici lisce relative al primitivo lastricato di epoca repubblicana.

Come vedremo in seguito, questi restauri saranno talvolta contrassegnati anche dalle lettere N scolpite sul basolo posto di norma al centro della via; invece, all’inizio della via sacra e nello spazio di alcune decine di metri (salendo), dove appaiono i primi tratti restaurati, la lettera N è stata trovata incisa, oltre che sui basoli, anche su uno dei due gomphi accoppiati lateralmente, ma solo quello interno rivolto al tratto di lastricato restaurato (Figg. 17a, 17b).

In altre parole, la lettera N viene replicata per ben sei volte nello spazio di appena  quattro metri circa; ciò avviene in sequenza solo tre volte all’inizio della via sacra.

 

Fig. 17a – Coppie di gomphi usate come “cippi”. In alto le due coppie poste sullo stesso lato della crepidine, in basso quelle di fronte. In ogni coppia, la lettera N appare solo sul blocco interno (vedi schema riprodotto qui sotto alla Fig. 17b)(da:Arietti 2020). 

Fig. 17b (da:Arietti 2020).

 

Non conosciamo la modalità di questi tratti restaurati, se cioè essi fossero limitati alla semplice scalpellatura del lastricato già esistente oppure ad una sistemazione di basoli sconnessi forse danneggiati a causa della forte pendenza della strada. Comunque sia, è logico ritenere che siano stati reimpiegati i basoli originali.

Di norma, la lettera N si trova al centro della strada e al margine (o ad entrambi i margini) del nuovo tratto restaurato, mentre la lettera V, che indica il vecchio tratto esistente, appare ugualmente apposta sul basolo centrale posto al margine del tratto restaurato.

Come abbiamo visto, l’identificazione delle parti restaurate – con o senza la lettera N che le contraddistingue (infatti le lettere non sempre sono presenti) – è costantemente resa possibile dalla presenza delle quattro coppie di pietre laterali (gomphi) usate come veri e propri segnacoli (Fig.16). Questa caratteristica fondamentalefinora sfuggita a tutti gli studiosi – ci consente di stabilire il numero dei tratti restaurati della via sacra (probabilmente superiore a 26), distribuiti su una lunghezza di circa 960 metri (alcuni tratti di lastricato divelti rendono impreciso il calcolo definitivo). Pertanto si può determinare che in origine si contassero oltre cento coppie di gomphi lungo le crepidini; oggi il loro numero è minore a causa dell’assenza di alcuni tratti delle crepidini stesse.

Le lettere N e V appaiono talvolta assieme e vicine (Fig. 19a,b; Fig. 20), ciascuna su due basoli adiacenti (5 volte in tutto); si contano in totale (anche in questo caso il calcolo è provvisorio) 24 lettere N, delle quali 7 incise sui gomphi della crepidine; 17 lettere N sui basoli e 7 lettere V ugualmente incise sui basoli. L’orientamento delle lettere non è univoco: non è possibile stabilirlo per le N perché risultano uguali se letti nelle direzioni opposte, mentre le V talvolta si leggono nel verso della salita (5 volte), oppure della discesa (due volte) (Figg. 18a,b,c; 19a,b).

In un caso la lettera N risulta incisa in modo sbagliato (ribaltata), oppure, resa curiosamente in modo assai simile alla aleph, la prima lettera dell’alfabeto ebraico Fig. 19c); ciò avviene in due casi, all’inizio e alla fine di un breve tratto restaurato che si trova poco prima della curva che immette (dal basso) alla strada arcaica; ciò potrebbe postulare la presenza di maestranze di origine ebraica.

L’ampia variabilità della distribuzione delle lettere, di dimensioni e profondità diverse tra un tratto restaurato e l’altro, potrebbe indicare sia la presenza di vari gruppi di maestranze che hanno operato contemporaneamente, sia restauri fatti in tempi diversi.

Fig. 18 (da:Arietti 2020).

 

Fig. 19 (da:Arietti 2020).

 

Fig 20 (da:Arietti 2020).

 

Fig. 21 – Tavola riassuntiva. In rosso il primo tratto lastricato (largo 13 piedi con superfici scalpellate) fino al promontorio di Prato Fabio. In verde l’area del bosco  sacro. In verde scuro i tratti residui della via Sacra repubblicana (larga 9 piedi con superfici lisce) alternata a tratti restaurati con superfici scalpellate resi in rosso. In nero viene riportato il tratto di strada arcaica. In verde il breve diverticolo (forse di età repubblicana) che sale sul pianoro di Prato Fabio (da:Arietti 2020).

 

 

 

CONCLUSIONI

Da questo esame emerge chiaramente che vengono a cadere le varie e pittoresche interpretazioni fornite in passato delle famose lettere N e V. Va precisato che molte ipotesi furono fatte alla fine dell’800 o poco dopo, sulla base di poche lettere apparse lungo un tratto ridotto di strada, l’unico allora visibile, che va dalla cd. Cappelletta (un piccolo edificio restaurato nell’800, che si trova a lato della via) fino alla sommità. In qualche caso si pensò infatti che le lettere fossero state fatte di recente e si dubitò della loro antichità. Tra le varie ipotesi, alla fine prevalse quella di Theodor Mommsen, che pensò a un restauro effettuato da un appaltatore, che per essere ripagato, fece evidenziare i vari tratti restaurati incidendo le lettere sui basoli, indicando così la parte nuova con la lettera N e la vecchia con la V.

Mommsen ricordò correttamente che i curatores viarum affidavano i lavori a degli appaltatori (noti come mancipes o redemptores) sostenendo quindi l’ipotesi che costoro, nel nostro caso, abbiano documentato l’entità dei lavori attraverso le iscrizioni sui basoli per farsi pagare, ipotesi, peraltro, accettata successivamente anche da Lugli, che mise in luce gran parte della strada nel 1929. Ma se ciò fosse vero, dovremmo disporre di una infinità di esempi simili provenienti dalla manutenzione della sterminata rete stradale romana.

Al contrario, bisogna evidenziare che questo modo apparentemente complicato di procedere rappresenta un esempio del tutto isolato, unico al mondo, fatta eccezione per alcuni basoli inscritti (ma per ben altre ragioni) che si trovano nel decumano di Altinum (presso Venezia), dove appaiono lettere scolpite sui margini adiacenti dei basoli per facilitare le soventi operazioni di montaggio e rimontaggio di un brevissimo tratto stradale soggetto a frequenti smottamenti; analogamente ciò vale anche per l’iscrizione con lettere bronzee del foro emiliano di Terracina.

Per evitare confusione, è opportuno segnalare in questa sede un altro caso (di restauro moderno molto discutibile) relativo a basoli inscritti recanti il segno V presenti a Roma, nel Clivo Argentario. Si tratta infatti di iscrizioni moderne (come viene riportato nel resoconto delle fasi di restauro), materialmente eseguite nel 1933 durante il restauro della strada, per distinguere i (pochi) basoli originari da quelli nuovi, molto più numerosi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                              

 

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