ARCHEOLOGIA MEDIEVALE

MONTE CAVO: STORIA E CRONACHE DEL CONVENTO

 

LE PRIME OCCUPAZIONI DELLA VETTA DEL MONTE ALBANO 

STORIE, RACCONTI E CRONACHE DEL MONASTERO

(di Franco Arietti)

 

 

L’AVVENTO DEL CRISTIANESIMO E LA FINE DEI CULTI PAGANI
L’affermazione del cristianesimo segnò, nei primi secoli dell’impero, la fine dei culti pagani e il progressivo abbandono del più importante centro sacrale dei latini sulla vetta del Monte Albano. Gli scavi degli inizi del ‘900 hanno evidenziato l’ultima fase di occupazione della vetta, caratterizzata dalla spoliazione e dal riuso delle antiche strutture pertinenti al centro sacrale dei Latini. Le poche notizie filtrate dagli scavi del 1912 e 1929 documentano, attorno al convento, la presenza di “muri con paramento in laterizio del tardo impero” mentre, a meridione della vetta, viene scavata una necropoli costituita prevalentemente da tombe alla cappuccina, anch’esse datate al tardo impero “poste a meridione della vetta, a circa 40 metri dall’anello che cinge il pianoro(Fig. 1). Inutile aggiungere che le sepolture erano totalmente estranee e incompatibili con una divinità celeste e solare come Giove, che doveva essere assolutamente preservata da qualunque presenza relativa alla morte. Lo stesso vale in particolare modo per il bosco sacro, tutelato da una infinità di prescrizioni (la celebre iscrizione dal bosco sacro di Lucera vieta esplicitamente le sepolture nell’area consacrata).

 

Fig. 1 -Pianta degli scavi Lugli – Giovannoni del 1929. A sinstra in basso le due trincee (indicate dalle frecce) che hanno messo in luce muri del tardo impero accanto al convento. A lato l’area della necropoli a 40. m. dall’anello di blocchi allineati che delimitano il ciglio del pianoro (in rosso sono riportati i nostri commenti)

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LE PRIME FASI DELLOCCUPAZIONE
In un atto del 1269 relativo ai beni dell’Abbazia di Santa Maria di Palazzolo viene citato il Monte Albano come monte Cabus, mentre la sacra via vi appare come via silicata.

E arriviamo al 1463, quando il Papa Pio II sale sulla vetta del Monte Albano, ospite di Odoacre Colonna, signore di quei territori. Nei suoi Commentari (lib. XI) il Papa (Enea Silvio Piccolomini) descrive (in terza persona) la vetta di Monte Cavo “Il Papa, salito sulla vetta del monte, il cui ripiano estimò uno stadio all’incirca (184,81 m. circa ndr), non vide che fondamenta di antichi muri e grosse pietre levigate e nel mezzo di questo spazio un tempietto diroccato sulle cui rovine un dalmata si era costruito un eremo ammassando delle pietre senza malta”.

Questa descrizione è molto importante per la presenza del tempietto “in mezzo al pianoro” trasformato in eremo sul quale probabilmente sorse la chiesetta di San Pietro menzionata in un decreto del 1592 emesso dal Vescovo di Frascati (il Cardinale Tolomeo Gallo, detto Comense) il quale andò in vigore nel 1612. E’ probabilmente di questo periodo il celebre disegno rinvenuto solo due secoli dopo, nel Cod. Barb. Lat. 1871, f. 38, da G.B. De Rossi, intitolato Vestigia templi atque arx Iovis Latialis. (Fig. 2).

 

Fig. 2- Il tempio di Giove è contrassegnato dalla lettera A (Cod. Barb. Lat. 1871, f. 38)

 

IL RECINTO
La straordinaria importanza di questo disegno consiste però nella riproduzione del famoso recinto, visto e descritto in tre momenti diversi un secolo prima (quando ancora non si conosceva il disegno) ed anche misurato (da Riccy e Nibby): m. 35×70. Riccy, in particolare, lesse la scritta FULGUR scolpita sui blocchi del recinto, vista successivamente anche dal Cardinal Camerlengo. Nella planimetria degli scavi del 1876 di M.S. De Rossi viene inserito questo disegno (Fig.3), mentre un angolo della chiesetta di S. Pietro venne messa in luce nel corso degli scavi (Fig.4), segno che la posizione del “recinto” era più o meno corretta. Nessuno tra gli studiosi si è mai pronunciato invece sulla “gradinata laterale” lunga ben 70 metri, in realtà una tribuna sulla quale prendevano posto i popoli del Lazio durante le ferie latine. Tribuna contrapposta alla cd “Casa dei Consoli” che sta di fronte, per cui è assai probabile che l’atto culminante della cerimonia, la comunione attraverso la spartizione della carne del toro sacrificato, avvenisse nello spazio intermedio (Fig. 5).

 

Fig. 3- Planimetria degli scavi di M.S. DE Rossi del 1876. In marrone viene riprodotto il disegno secentesco

 

Fig. 4 – Planimetria degli scavi di M.S. DE Rossi del 1876. Dettaglio del cd “Tempio di Giove”, in realtà la chiesetta di S Pietro, come si desume dalle nicchie e lesene. L’area dell’angolo in basso a destra, contrassegnata con il n° 1, venne messa in luce nel corso degli scavi, confermando la presenza del recinto in quella zona (anche se ovviamente in posizione relativamente generica).

 

Fig. 5 – Rappresentazione schematica del recinto con la tribuna; a fianco la cd. “Casa dei Consoli”; a tratteggio la Sacra via (da Arietti 2020). 

 

LA NASCITA DEL CONVENTO
Da un carteggio notarile di F. A. Alessandrini di Marino del 15 aprile 1707, risulta che un certo Edmondo De Boussion (francese di origine), dopo aver lasciato la corte della regina Casimira di Polonia, dopo essere divenuto eremita, chiese ed ottenne dal Connestabile Filippo Colonna (salvo la diretta proprietà del principe), “un rubbio di terreno in enfiteusi, sulla sommità del monte Caui, in quella parte dove sono le vestigia di fabbriche antiche”. L’atto del notaio prosegue specificando che De Boussion vi voleva costruire “un eremitorio o sia fabrica ad uso simile, ed anche il suo Orto, o sia Giardino, etc possa goderlo sua vita tantum naturali durante”.

Secondo quanto riportano i dati di archivio, nel 1714 Edmondo De Boussion iniziò i lavori di costruzione che furono eseguiti dal mastro muratore Alberto Crivelli.

Qualche tempo dopo, in un altro atto del notaio marinese Fabrizio Zuccoli, datato 31 ottobre 1718, Edmondo De Boussion, volendo ingrandire l’eremo per accogliere altri compagni, ottenne dal Cardinale Carlo Colonna tutore del principe Fabrizio, altri 100 passi (un passo= m. 0,76) attorno al rubbio di terreno già avuto (mq 1848, 38), quindi una ulteriore fascia di 76 m.

In questo periodo si verificarono molti atti di generosità dei Roccheggiani verso i monaci. Rinunciando ad esempio ai diritti sulla legna nei terreni ceduti agli eremiti; nell’aprile 1723 anche l’arciprete del paese, Alessandro Potiti, seguì l’esempio dei cittadini per quanto riguarda la chiesetta di S. Pietro che apparteneva alla sua parrocchia.

 

L’AVVENTO DEI PP. TRINITARI
Nello stesso anno 1723, Edmondo De Boussion, ormai anziano, cedette i terreni e fabbricati ai PP. Trinitari di Spagna del Convento di S. Carlino alle Quattro Fontane. Nell’atto del notaio romano Lorenzini figurano elencati i seguenti beni: una cappella, il coro, 8 celle, dispensa, cucina, forno, cantina, stalla e due cisterne d’acqua. Il monaco francese cedette tutto questo a condizione che i PP. Trinitari acconsentissero di farlo rimanere con loro e che gli venissero assicurati vitto e indumenti.

La motivazione della cessione del monastero ai PP. Trinitari è conservata nello stesso atto notarile del 1723: “il tutto e col santo fine acciò in detto sito sia perpetuamente servita ed adorata la SS. Trinità et Assunta della B.ma Vergine, in riparazione delle ingiurie fatte a S.D.M. dagli antichi Gentili, che in questo luogo adorarono l’idolo di Giove”.

Quest’ultima frase rende sufficientemente l’idea dell’atteggiamento di questi monaci nei confronti del paganesimo e delle sue testimonianze. Da questo momento in poi si scontrano due realtà nello stesso mondo cattolico: quella gretta e incolta delle comunità di monaci stranieri contrapposta a quella dotta ed erudita dei religiosi italiani. Lo scontro tra i PP. Passionisti e le autorità ecclesiastiche locali che vietano loro di non toccare assolutamente i resti antichi sulla vetta di Monte Cavo sono ampiamente documentate nel carteggio tra i PP. Passionisti e il Cardinal Camerlengo. Le continue e sistematiche disobbedienze dei monaci agli ordini perentori del Cardinal Camerlengo e del Governatore di Albano e la sistematica distruzione dei resti archeologici sono duramente condannati anche dall’abate Giovanni Antonio Riccy, (Sezze 1760 – Roma 1808), erudito antiquario autore di numerose opere a carattere storico-archeologico, il quale, giovanissimo, nel 1787, nelle sue “Memorie storiche dell’ antichissima città di Alba-Longa e dell’ Albano moderno”,  scriveva: “Il Talento delle nazioni barbare di rovinar le cose più magnifiche e più belle d’Italia, lo spirito di una mal intesa Religione d’alcuni Cristiani de’ secoli passati di abbatter per zelo tuttociò che era dedicato a tali numi… sono state la cause fisiche della desolazione di questo celebre Santuario del Paganesimo”.

I Trinitari presero ufficialmente possesso del monastero il 10 marzo 1725 dopo un contenzioso con la Curia vescovile di Frascati che vantava diritti di proprietà, in virtù della chiesa di S. Pietro in monte Cauvi. Questi frati spagnoli terminarono i lavori attraverso l’opera dei mastri muratori Angelo Jonni e Giovannantonio Marucchi, su misura dell’architetto Alessandro Speroni. Nel 1727 terminano i lavori per la costruzione dell’edificio dei Trinitari; la mano d’opera solamente venne a costare 433 scudi e 99 balocchi.

Un documento pontificio (Breve) di Benedetto XIV risalente al 4 agosto 1728 rivela che i Trinitari aprirono un noviziato, ma qualche anno dopo, nel 1746, dovettero abbandonare il monastero a causa delle “continue e foltissime nebbie e gelidi venti che su distruggono di continuo sino i muri delll’istessa fabbrica”. Ma non era questo il solo motivo. In un esposto alla S. Congregazione del Concilio datata al 18 settembre 1745 si chiedeva l’autorizzazione alla chiusura, dal momento che “detto convento era gravoso alla Provincia e di niun profitto spirituale che temporale”.

Il ritiro venne chiuso, ma nel 1747, D. Filippo Heureux, rettore di S. Giuliano dei Fiamminghi decise di farvi un ritiro spiritale e quella comunità vi rimase fino al 1751. Nel 1752 vennero riparati dai Colonna il tetto e gli infissi e il 24 gennaio 1754 essi concessero l’uso di quel luogo, in un primo tempo, all’eremita Nicola Pietro Duplessis, poi ad un altro eremita spagnolo di nome Benedetto Roca “eremita di S. Antonio e dottore in medicina”.

 

L’AVVENTO DEI PP. PASSIONISTI
Purtroppo alcuni malviventi occuparono l’edificio rimasto deserto, per cui i Colonna lo donarono a S. Paolo della Croce fondatore dei Passionisti. Egli, il 19 marzo del 1758 vi insediò dodici suoi religiosi. In un documento di quegli anni, il principe don Lorenzo Colonna, fece richiesta ai Passionisti di donare, in segno di vassallaggio, un mazzo di fiori per la festa della SS. Trinità.

La Cronaca stessa dei Passionisti rivela che, con i sostanziosi contributi del Cardinale Enrico di York (Figlio di Giacomo III Stuart) Vescovo di Frascati, dei principi Colonna e dell’abate Tommaso Ghignardi, si cominciò a costruire il nuovo braccio del convento, che si aggiunse alla fabbrica precedente, costituita da “due braccetti di fabbrica, uno voltato a ponente, l’altro a mezzogiorno con una piccola chiesa e sacrestia.

I Lavori del nuovo braccio iniziarono nell’agosto del 1774; nel 1778, su suggerimento del Vescovo (il quale contribuì con 500 scudi) iniziarono i lavori per la costruzione della nuova chiesa, inaugurata solennemente nel 1784 dal Vescovo di Frascati (Fig.6), come si poteva leggere dalle due iscrizioni poste ai lati dell’altare. La facciata della chiesa ed il campanile furono progettati da Paolo Provinciali (un ingegnere ospite dei religiosi nel 1828); per ultimo, nel 1829 venne edificata “la fabbrichetta verso tramontana (nord ndr) sopra la porteria”.

 

 

Sull’altare posto all’interno della chiesa, vi era una tela raffigurante la SS. Trinità con la Vergine Assunta alla quale essa era dedicata, dipinta da De Boussion. Due iscrizioni erano invece dipinte nell’antico refettorio. La prima era inerente alla visita nel 1800 dei reali di Sardegna; l’altra, del 1814, ricordava quella di Maria Luisa di Borbone.
(Ringrazio il dott. Alberto Crielesi per le sue preziose ricerche di archivio).

 

Fig. 6 Facciata della chiesa

 

Fig. 7 – Pianta generale dei vari piani del convento (da Zoffoli)

 

Con la legge delle soppressioni ecclesiastiche, nel settembre del 1889 i Passionisti dovettero lasciare il convento che divenne Monumento Nazionale. Il monastero diventò un albergo e la chiesa un ristorante. Nel 1913 l’area sommitale, di proprietà Sforza – Cesarini venne fatta oggetto di un vincolo che comprendeva “il convento e i terreni limitrofi”,

 

 

LA PLATEA DEL RITIRO DEL CONVENTO DEI PP. PASSIONISTI (IL RENDICONDO ANNUALE)
Come abbiamo visto,disponiamo di un succinto resoconto dei ritrovamenti effettuati in corso di scavo della nuova ala del convento. Si deve a Claudia Cecamore il ritrovamento, presso l’Archivio del PP. Passionisti, del rendiconto annuale del convento denominato Platea del ritiro di Rocca di Papa.

La cronaca annuale elenca una serie di ritrovamenti, oltre a quelli relativi a materiali reimpiegati per la costruzione della nuova ala del monastero, della chiesa e di un recinto: ”Quello che poi dimostra la quantità delle Fabbriche erette sul Monte, sono appunto la quantità di pietre che ci sono rimaste sotterra, oltre quelle servite per la fabbrica del Ritiro e della Chiesa, oltre quella del piccolo recinto, e quelle che sono in gran quantità nella sottoposta macchia… Che dette Fabbriche fossero magnifiche… rilevasi dalla quantità di marmi ritrovati, parte serviti già per la Chiesa, parte trasportati altrove” ”. Inoltre viene elencata una serie dei ben cinque cisterne romane collegate da numerosi cunicoli:” Come ancora lo dimostrano le conserve d’acqua che finora ne conservano cinque, e queste tutte hanno dei condotti sotterranei, uno dei quali è di lunghezza di palmi 48 (circa 10 metri ndr) e dell’altezza quasi di un uomo, dividendosi quindi in altri due condotti.”

 La cronaca del convento riporta anche la presenza di una gran quantità di reperti nell’area del nuovo braccio e della chiesa, tra cui appaiono numerosi quelli appartenenti ad una o più stipi votive:

 “Scavando le fondamenta per il nuovo braccio e della chiesa furono trovati ancora quantità di marmi, parte dei quali furono serviti per la chiesa… si trovarono altresì diversi idoli di metallo della lunghezza di mezzo palmo (11 cm. circa ndr) tutti con qualche attributo di Giove e per lo più fulminante i quali furono dati a diversi dilettanti e due furono regalati, cioè uno con l’ale e l’altro co’ fulmini nella destra, ai principi Doria D. Andrea e D. Giorgio il 9 ottobre 1779. Furono anche trovati dei rottami di statuette, fantocci si di uomini che di donne e di bestie, tutti però di creta ma non di buona mano, ed altre cornici e fiorami; ma il più pregevole fu un dito di bronzo più che gigantesco, un piedestallo con al di sopra ambedue i piedi posati di una statua di marmo, e molte, molte medaglie (monete ndr). Di più nello spianare il terrapieno per la fabbrica della chiesa fu trovata quasi in mezzo una cisterna quasi consimile all’altre due che stanno sul prato e fu fatta servire per sepoltura, essendovi anche in questa due cunicoli, come quelle accennate di sopra.

Ancora la cronaca del convento, che porta la notizia del ritrovamento di due statue e della costruzione del recinto eseguito nel 1771 con l’impiego di grossi blocchi di tufo disposti lungo il ciglio del pianoro:

 “Che dette fabbriche fossero magnifiche… rilevasi dalla quantità di marmi ritrovati, parte serviti già per la chiesa, parte trasportati altrove… Quello che riguarda il tempio, non abbiamo memoria alcuna della sua figura. Sembra però che poteva rassomigliare al tempio del Sole che tutt’ora si vede nella piazza della Bocca della Verità e ciò si ricava dai pavimenti… Mentre in un certo sito detto presentemente il Cocchio vi fu trovato un mosaico rotondo finissimo, e all’interno di detto pavimento a Mosaico, altro mosaico ma più ordinario… Si vuole che la statua di Giove fosse di marmo e che fosse colossale e che nei scavi fatti circa l’anno 1714 su la sommità del monte fosse ritrovata, mancante però della testa, e che per l’ingiuria e la quantità dei secoli scorsi, fosse talmente scontraffatta e rovinata, che poco o niente potevasi riconoscere… Padre Tommaso… pretese di porre la clausura… benché non recintato fosse quest’orto. Forse per scavare con più libertà fece egli far questo Passo… il quale quest’anno (1771) trovò una statua che mandò al Pontefice Clemente XIV”. 

La chiesa fu dedicata il giorno 1 ottobre 1784, ma, secondo A. Nibby, non conteneva oggetti di particolare interesse, così come la casa annessa. Da un carteggio del 1824 tra i Padri Passionisti di Monte Cavo e il Cardinal Camerlengo nel quale i frati chiedono il permesso di scavare per trovare materiali antichi per costruire un campanile, il Cardinale risponde: “Il recinto di Monte Cavi, ove… desidererebbe praticare lo scavo per togliere alcuni macigni per servire alla fabbricazione del nuovo campanile, è il famoso recinto del tempio di Giove Laziale, composto di pietre tagliate in quadro, alcune delle quali sono ancora segnate da lettere antiche. Importa quindi all’erudizione e all’antichità che non sia toccato…”.

Questo passaggio è di straordinaria importanza perché allude specificatamente al grande recinto riportato nel disegno del codice Barberini, evidentemente ancora integro nel 1824. Da notare la dicitura riguardo la presenza di lettere antiche sui blocchi di tufo: forse si tratta della scritta FULGUR descritta dall’Abate Riccy qualche anno prima nel suo libro, come avremo modo di trattare in seguito.

Alla nota del Cardinal Camerlengo i frati rispondono un anno dopo, sostenendo di “… non aver mai inteso di toccare quelle, che compongono il recinto dell’antico tempio, ma intendevano supplicare per poter scavare dentro li quadri dell’orto e prendere le pietre che i lavoranti nell’orto stesso, si sono accorti esservi sotterra…”

Nello stesso anno, in risposta alla nota, il Cardinale ribadisce il divieto di effettuare qualunque intervento sia dentro l’orto che sul recinto. Ma le disposizioni del Cardinale, a quanto pare, non furono rispettate, come si evince da una sua lettera, purtroppo perduta, al Governatore di Albano che si riserva di verificare quanto accaduto.

Un’altra data cruciale è il 1869, anno in cui i Padri Passionisti rinvennero i celebri frammenti dei fasti consolari, la lista dei consoli (che probabilmente risale all’età augustea) i quali, a partire dalla metà del V sec. a.C. (i decemviri), salirono sul Monte Albano per indire le ferie latine. Anche questo ritrovamento fu accompagnato dalla distruzione di una struttura, forse una platea più che un muro, come intese successivamente M. S. De Rossi, se non addirittura l’edificio stesso che ospitava i fasti. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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