ARCHEOLOGIA

STORIA DI ALBA E DEL MONTE ALBANO – RASSEGNA DEGLI SCAVI ARCHEOLOGICI SUL MONTE ALBANO

STORIA DI ALBA E DEL MONTE ALBANO

E

RASSEGNA DEGLI SCAVI ARCHEOLOGICI SULLA VETTA DI MONTE CAVO

(Di Franco Arietti)

 

 

 

 PREMESSA: ALLE ORIGINI DI ALBA DELL’AREA SACRA

 

Il territorio del Lazio antico, tra Tevere e Aniene,
dominato al centro dal massiccio vulcanico dei Monti Albani

 

LA CIVILTA’ ALBANA
Le fonti antiche attribuiscono agli Albani le più antiche frequentazioni a scopo cultuale nell’area sacra posta sulla sommità del mons Albanus; ciò avvenne in tempi antichissimi, ma probabilmente l’interesse religioso si andò strutturando e aumentò sensibilmente a partire dalla fine del secondo millennio a.C. (età del bronzo finale – inizi età del ferro – XI-X sec. a.C.).

A queste attestazioni religiose si accompagnano i mutamenti della struttura sociale delle comunità albane a partire dall’età del bronzo finale fino all’VIII secolo a.C. Inizialmente, il ruolo dei principali esponenti di ciascuna comunità, unici depositari del potere politico e religioso,  potrebbe postulare, anche sui Colli Albani, un primitivo sistema di relazioni “politiche” esclusivamente tra “capi”.

L’articolazione successiva della struttura sociale all’interno delle singole comunità albane e la conseguente divisione dei ruoli sia maschili che femminili, potrebbe aver sostanzialmente modificato il quadro precedente soprattutto a livello di rapporti comunitari. In altre parole, l’evoluzione della struttura sociale tende ora ad essere omologata ovunque sulla base di modelli adatti a favorire gli scambi di varia natura ed ogni altra forma di contatto tra i vari gruppi albani; quasi certamente, dovette prevalere, da un lato, la necessità di uniformare i sistemi matrimoniali e le modalità di suddivisione del corpo sociale in classi di età, così come le scansioni calendariali collegate alle comuni attività produttive, ecc.;  dall’altro, anche le attività religiose, così come le feste, ebbero la necessità di corrispondere alle nuove esigenze collettive. Questa è una fase importantissima della Civiltà Albana, nella quale, accanto al culto degli dei praticato sul Monte Albano, si accompagna,  parallelamente, quello degli antenati divinizzati. Nasce pertanto nel corso dei secoli e si consolida nell’età del ferro (tra X sec. e inizi del VI sec. a.C.) la consapevolezza tra i grandi gruppi tribali albani di essere stati preceduti da antenati  mitici comuni (si pensi alla dinastia dei Silvii per esempio) che fin dai primordi dimoravano nella “mitica reggia” di Alba (ormai definitivamente identificata sul piano scientifico a Prato Fabio).

La stratificazione ora è evidente: i culti rivolti agli dei si stabilizzano sulla vetta del Monte Albano, mentre i culti degli antenati e infine dei “re” si susseguono ininterrottamente per secoli nella sottostante regia di  Alba, che raccolse così le mille leggende albane sullo spettacolare promontorio che domina il Lago Albano. Per gli Albani, durante il corso di quasi un millennio,  Alba Longa non era affatto  una “città”, bensì solamente una “reggia mitica” sede di antenati e dinastie di monarchi mitici che dall’alto vegliavano e proteggevano il mondo albano prima e, solo successivamente, il territorio latino.

 Riassumendo, a partire dagli inizi dell’VIII sec. a.C., in particolare dalla seconda metà, si assiste alla progressiva affermazione delle aristocrazie albane, che si manifesta soprattutto con l’ostentazione della loro ricchezza attraverso il lusso funerario. Oltre al Lazio, questo stesso fenomeno interessa le altre regioni tirreniche come Etruria e Campania (ma investe in tempi e modi diversi tutto il Mediterraneo); ovunque, i vari gruppi rivendicano il possesso (o proprietà) della terra, principalmente attraverso il culto degli antenati

Al nuovo ordinamento gentilizio e alla conseguente trasformazione delle primitive comunità di villaggio fondate sui vincoli di parentela – in particolare sulla familia e sui patres – si accompagna ora una rapida trasformazione sociale. Le genti albane ora fondano il loro potere su una solida struttura sociale gerarchizzata, rivendicando la proprietà (o possesso) della terra ed il diritto della sua trasmissione ereditaria (heredium), mentre la crescita demografica, forse dovuta all’aggregazione di gruppi subordinati (clientes), garantisce un notevole sviluppo economico e un conseguente surplus di ricchezza.

 Il nuovo assetto delle aristocrazie albane, che per certi versi potrebbe anticipare nell’ambito circoscritto della regione alcuni caratteri propri dell’oligarchia, doveva probabilmente implicare un sistema di relazioni molto più complesso – sia sotto il profilo politico che religioso – fondato sull’organizzazione capillare delle curie gentilizie al loro interno e, soprattutto, sul loro stretto rapporto che, in particolari circostanze, forse attraverso alleanze più o meno mutevoli e stabili, poteva già esprimere potenzialmente caratteri pre – federali.

E’ probabilmente questo il periodo più importante e decisivo, durante il quale si manifesta, se non la supremazia, certamente la grande influenza degli Albani nel resto del Lazio attraverso la diffusione di modelli culturali principalmente ispirati all’organizzazione politico-religiosa delle curie ed alla loro successiva evoluzione culminata con la formazione di potenti oligarchie. L’entità del fenomeno, rispetto alla stessa Roma, va rapportata alla vastità del territorio, all’elevatissimo numero di insediamenti concentrati in uno spazio circoscritto ed alla conseguente base demografica che, tutta assieme, doveva essere di gran lunga la più consistente del Lazio antico.

Le curie gentilizie albane tra VIII e VII sec. a.C. (da Arietti 2020)

 

Disposte a corona lungo tutta la cinta craterica maggiore, le curie gentilizie principali sono tutte poste su siti ben protetti da difese naturali (esattamente come tutti i centri latini di pianura) e si circondano di abitati minori a vocazione prevalentemente produttiva, distribuiti in prossimità delle risorse economiche, per lo più nelle aree pianeggianti; alcuni sono disposti ai confini degli ambiti gentilizi (ad esempio Santa Palomba), con compiti di controllo.

 Va osservato inoltre che il territorio albano si prestava perfettamente in antico ad un “sistema per villaggi” – come del resto anche oggi – e dunque, ad una distribuzione curiata di insediamenti indipendenti disposti soprattutto lungo la cinta craterica maggiore che circonda a sua volta l’imponente “arce albana”, il vulcano minore detto ‘Recinto delle Faete’, sulla cui cinta craterica meridionale si innesta un cono di scorie che eleva ancora di più il famoso bosco sacro di Giove che domina il Lazio.

Nell’insieme, il particolarissimo assetto territoriale –  che offriva una posizione relazionale invidiabile essendo al centro del mondo latino e quindi rivolto a tutti i centri limitrofi – garantiva un sistema difensivo formidabile, e questo spiega il motivo per cui, nell’antichità, nessun esercito ha mai occupato il territorio interno degli Albani, dovendosi avventurare, una volta superati i valichi principali, per molti chilometri all’interno della valle anulare, facilmente difendibile dalle alture laterali e dalla possente arx Albana, il territorio dei Cabenses (oggi i Campi d’Annibale).

 Questa semplice considerazione – in verità sfuggita a tutti – introduce in realtà un tema rilevante, poiché evidenzia le caratteristiche di quello che doveva essere uno dei vincoli comunitari albani più importanti, fondamentale per assicurare il pieno controllo del territorio nei momenti di pericolo attraverso forme collettive di difesa: la nomina di un “capo in guerra” doveva rendersi sovente indispensabile e in questa circostanza non sorprende l’affermazione di G. Licinio Macro in merito alla nascita della primitiva figura del dictator presso gli Albani, poi trasmessa a Roma.

Tutto ciò avveniva all’interno di una vastissima regione sopraelevata che doveva apparire, forse ormai da molto tempo, inaccessibile dall’esterno: le poche vie di penetrazione attraverso i valichi della cinta craterica – cinque in tutto, distribuiti su uno sviluppo circolare di 30 km – risultano infatti sistematicamente presidiate dalle curie, gli insediamenti più importanti posti in posizione strategica; ovviamente questa disposizione non obbediva ad alcuna organizzazione territoriale preordinata, poiché in realtà, ciascun gruppo controllava semplicemente il proprio settore di territorio e le relative vie di penetrazione.

 Per tutti questi motivi, la regione montuosa che dominava la pianura laziale e racchiudeva il mondo degli Albani nel cuore del Latium vetus, doveva alimentare, presso gli altri centri latini, la percezione di un ambito territoriale culturalmente unitario, sostanzialmente chiuso e, per certi versi, elitario.

Come si è visto, la formazione del sistema gentilizio curiato sui Colli Albani raggiunse le definitive forme di equilibrio tra VIII e VII secolo a.C., probabilmente in seguito a rapporti di forza sistematici. E’ assai probabile che questi ultimi abbiano prodotto forme gerarchiche stabili tra le varie curie, in funzione dell’ampiezza di ciascun territorio, della possibilità di accedere alle risorse economiche, della base demografica e, in ultima analisi, dalla capacità di ciascuna di accumulare ricchezza; di conseguenza, sia sorto un sistema di alleanze atto a contenere lo strapotere di alcuni, anche attraverso l’intesa con gruppi esterni.

 E’ forse questo il periodo in cui gli Albani, secondo le fonti antiche, cominciarono ad esprimere la loro unità religiosa nei riguardi delle divinità dalle caratteristiche ctonie (infere, sotterranee) venerate nel cuore del loro territorio, sul Monte Albano – che precedettero il culto (celeste, solare) di Juppiter Latiaris -, attraverso le offerte di agnelli, latte, formaggio e focacce, tipiche delle antichissime comunità pastorali.         

 Questa straordinaria esperienza pre – federale delle antiche curie gentilizie albane favorì la nascita della Civiltà Latina e nel contempo divenne il modello istituzionale per la formazione della successiva lega latina (dal VI sec. a.C.), che ugualmente si strinse attorno al mons Albanus per riaffermare le sue origini comuni e la sua identità religiosa, mentre i raduni per le assemblee politiche venivano effettuate alla Fonte Ferentina (probabilmente Fontan Tempesta alle pendici del Mons Albanus). I Latini erano protetti da Latino, il loro mitico re di Alba Longa: alla sua morte venne venerato come Giove Laziare (o Laziale) e sostituì le più antiche divinità albane. Ogni anno tutti i popoli del Latium vetus rinsaldavano la loro unità sul Monte Albano attraverso le feriae latinae. Le “feste latine” – che inizialmente duravano un giorno, poi due, infine tre – culminavano con l’atto rituale più importante: la comunione dei populi attraverso la spartizione della carne ottenuta dal sacrificio di un toro bianco (purus, in realtà un bos mas). Secondo Plinio e Dionisio, in età medio repubblicana, le delegazioni dei popoli erano circa cinquanta. Come racconta Lucano, la sera del terzo giorno si accendeva un gigantesco falò che tutti i Latini dovevano vedere da ogni parte del Lazio – un fuoco sacro tratto dall’ara delle vestali posta quasi certamente sulla vetta ove sorse la Fortezza Pontificia – il quale annunciava la felice conclusione delle feste latine.

Altare di Prato Fabio – (Riproduzione vietata)

 

Dal IV sec. a.C., con l’egemonia di Roma, non mutò affatto il ruolo del santuario federale latino. Anzi, si stabilì che il primo atto ufficiale dei consoli che entravano in carica ogni anno a marzo, doveva essere quello di salire sulla vetta del Monte Albano (in processione lungo la Via Sacra partendo dal Prato Fabio) e indire la data delle ferie latine (che si tenevano generalmente in primavera in giorni sempre diversi).

Questa importante cerimonia – che si mantenne inalterata per tutta l’età imperiale – non evidenzia solo un generico dovere cultuale di Roma nel confronti di Giove Laziale e dell’antico santuario federale dei Latini, ma deriva principalmente dal preciso obbligo di onorare e venerare per sempre due entità contigue e indissolubili: la vetta e il bosco sacro del mons Albanus e Alba Longa (Prato Fabio), il luogo in cui la tradizione pone la nascita di Romolo – il fondatore di Roma – e con lui tutte le principali leggende e tradizioni della Civiltà Latina.

 

Questa tavola riassume la mitica stratificazione degli dei sulla vetta del Monte Albano e, parallelamente, quella degli antenati e re che si sarebbero alternati nella reggia di Alba. Questa stratificazione di dei e re si conclude nel III sec. a.C., quando il mondo latino, ormai totalmente romanizato, elabora la famosissima storia di Alba Longa. In questo periodo si credette fermamente – grazie alla possente e millenaria stratificazione di leggende albane e poi latine – che una grandiosa città fosse realmente esistita e che il suo nome fosse Alba Longa. Nasce ora la famosa “vulgata” che tutti conosciamo, frutto dell’unione di due tradizioni: quella di Lavinio e quella millenaria di Alba. Reduce da Troia, Enea sbarca sulle coste Laziali, sposa Lavinia figlia di Latino, viene fondata Lavinium e dopo numerose vicissitudini locali Enea muore e suo figlio Ascanio fonda Alba Longa, iniziando una lunghissima dinastia di reges Albanorum che si conclude con la celeberrima saga dei gemelli fondatori di Roma. Di queste liste di re, spesso assai diverse tra loro e palesemente artefatte nella tarda repubblica, ne esistono almeno diciotto.

 

 

IL MONS ALBANUS

 

Nella sua monumentale opera, Tito Livio lo cita oltre trenta volte e sempre in connessione con l’area sacra. Nel celebre passo in cui narra del prodigio delle pietre cadute dal cielo e dalla voce che si ode proveniente dal bosco sacro che ordina agli Albani di scarificare secondo i loro riti (I, 31, 1-4) fornisce anche una ulteriore importante indicazione topografica: il mons Albanus corrisponde solo ed esclusivamente all’area sacra, costituita dalla vetta e dal sottostante lucus, il bosco sacro. Il clivus, la strada lastricata che sale fino alla vetta, diventa sacro nel punto in cui entra nel bosco sacro, appena superata la spianata del Prato Fabio (che si trova 135 metri più in basso rispetto alla cima di Monte Cavo). In questo esatto punto Tito Livio ubica Alba Longa, confermando appieno ancora una volta cosa egli intendeva sistematicamente per mons Albanus: un bosco sacro per sua natura impenetrabile a chiunque ed egli spiega che la mitica “metropoli delle origini” sorgeva alle sue pendici “lungo la dorsale del monte stesso”, quindi al Prato Fabio.

 

 

 

LE SCOPERTE ARCHEOLOGICHE SULLA VETTA DI MONTE CAVO

 

Presentiamo una sintesi delle varie scoperte effettuate a varie riprese su Monte Cavo, dovute in parte alla costruzione del convento e alle successive modifiche apportate dai PP. Passionisti, e, soprattutto, agli scavi archeologici effettuati tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 in tre successive campagne di scavo. Per quest’ultime, come si vedrà, il quadro è desolante: scavi parziali – effettuati frettolosamente a “macchia di leopardo” senza alcun metodo scientifico, finalizzati soprattutto alla ricerca spasmodica e immediata del “tempio di Giove” (che non è mai stato trovato) o di altre presenze specifiche (l’edificio dei fasti consolari ad esempio) – scavi che potevano benissimo essere ripresi e ultimati scientificamente in questi anni con mezzi moderni e adeguati. Purtroppo gli edifici e le strutture militari, l’inferno dei tralicci abusivi, dei box, dei cavi, tiranti, box, ripetitori ed edifici annessi altrettanto abusivi hanno devastato l’intera area sommitale con una violenza impressionante. Inoltre, il recente l’abbandono dell’area da parte dei militari e delle loro strutture rende ancora più raccapricciante la squallida visione delle profonde (e inutili) ferite arrecate alla più importante area sacra dei popoli latini.

 

IL TEMPIO DI GIOVE
Le fonti antiche non menzionano direttamente l’esistenza di un tempio dedicato a Iuppiter latiaris (Giove Laziare o Laziale) sul Monte Albano. Ritrovamenti archeologici sulla vetta, come la fistula aquaria (tubatura in bronzo) recante l’iscrizione CUR(ator) AED(is) S(acrae) e le varie menzioni di Cassio Dione e Tito Livio circa l’esistenza di una statua di Giove sul Monte Albano, sono stati interpretati come attestazione dell’esistenza di un tempio, al contrario di quanti negano questa ipotesi e sostengono che sulla vetta vi fu solo un recinto relativo ad un culto a cielo aperto.

Anche l’annotazione di Livio circa la dedica di C. Cicereio di un aedes Junonis Monetae sul Mons Albanus nel 168 a.C. (tempio dedicato a Giunone Moneta) accanto alla pratica dei trionfi minori (ovationes) – nell’insieme intesi come processo di omologazione del culto di Giove Laziale a quello di Giove Capitolino a Roma – sono stati interpretati di recente come testimonianza dell’esistenza di un tempio vero e proprio. A questo processo di omologazione, in particolare al sostrato mitostorico comune con Roma, va aggiunta la scoperta di un oscillum, un ciottolo levigato forato dello stesso tipo rinvenuto in più esemplari nel Foro Romano (Comizio).

I primi scavi sul Monte Albano risalgono al 1573, ad opera del card. Ursino su licenza di Marcantonio Colonna. Furono seguiti da quelli del 1843, di cui non sappiamo nulla, tranne che non portarono ad alcun risultato; a questi seguirono gli scavi del 1876 (scavi di M. S. De Rossi per conto dell’Imperiale Instituto Archeologico Germanico), poi quelli del 1912 – 1914 (scavi G. Giovannoni e C. Ricci) ed infine dai lavori del 1929 (scavi di G. Lugli –  G. Giovannoni). Ironia della sorte, il tempio non fu mai ritrovato ed oggi possiamo solo tentare di ricostruire i rinvenimenti e la storia di quegli scavi largamente incompleti, fatti con grande entusiasmo ma purtroppo in modo assai rudimentale. Questi scavi furono però preceduti da importanti ritrovamenti collegati alla costruzione del convento ed ai lavori dei PP. Passionisti.

 

I RITROVAMENTI DEI PP. PASSIONISTI
Un discorso a parte merita la distruzione sistematica del tessuto archeologico operato nel corso dei secoli, in particolare dai monaci, ad iniziare dalla costruzione del primo eremitorio del 1723 probabilmente eseguita con la distruzione di materiale antico. Le spoliazioni e distruzioni sistematiche continuarono in particolare tra il 1774 e il 1779 con l’ampliamento del convento e la ricostruzione della chiesa.

 

 

In quest’ultimo periodo, la cronaca annuale del convento elenca una serie di ritrovamenti – che riportiamo integralmente di seguito – tra cui spicca quello di una stipe votiva “…… Scavando le fondamenta per il nuovo braccio e della chiesa furono trovati ancora quantità di marmi, parte dei quali furono serviti per la chiesa…..si trovarono altresì diversi idoli di metallo della lunghezza di mezzo palmo (11 cm circa ndr) tutti con qualche attributo di Giove e per lo più fulminante i quali furono dati a diversi dilettanti e due furono regalati, cioè uno con l’ale e l’altro co’ fulmini nella destra, ai principi Doria D. Andrea e D. Giorgio il 9 ottobre 1779. Furono anche trovati dei rottami di statuette, fantocci si di uomini che di donne e di bestie, tutti però di creta ma non di buona mano, ed altre cornici e fiorami; ma il più pregevole fu un dito di bronzo più che gigantesco, un piedestallo con al di sopra ambedue i piedi posati di una statua di marmo, e molte, molte medaglie (monete ndr). Di più nello spianare il terrapieno per la fabbrica della chiesa fu trovata quasi in mezzo una cisterna quasi consimile all’altre due che stanno sul prato e fu fatta servire per sepoltura, essendovi anche in questa due cunicoli, come quelle accennate di sopra.”

Ancora la cronaca del convento, che porta la notizia del ritrovamento di due statue e della costruzione del recinto del convento nel 1771 (non sappiamo se l’intero recinto o quello che divide l’area del pianoro)  ”…… Che dette fabbriche fossero magnifiche…… rilevasi dalla quantità di marmi ritrovati, parte serviti già per la chiesa, parte trasportati altrove…… Quello che riguarda il tempio, non abbiamo memoria alcuna della sua figura. Sembra però che poteva rassomigliare al tempio del Sole che tutt’ora si vede nella piazza della Bocca della Verità e ciò si ricava dai pavimenti…… Mentre in un certo sito detto presentemente il Cocchio vi fu trovato un mosaico rotondo finissimo, e all’interno di detto pavimento a Mosaico, altro mosaico ma più ordinario…… Si vuole che la statua di Giove fosse di marmo e che fosse colossale e che nei scavi fatti circa l’anno 1714 su la sommità del monte fosse ritrovata, mancante però della testa, e che per l’ingiuria e la quantità dei secoli scorsi, fosse talmente scontraffatta e rovinata, che poco o niente potevasi riconoscere…… Padre Tommaso…… pretese di porre la clausura …… benché non recintato fosse quest’orto. Forse per scavare con più libertà fece egli far questo Passo…… il quale quest’anno (1771) trovò una statua che mandò al Pontefice Clemente XIV”.
La chiesa fu dedicata il giorno 1 ottobre 1784, ma, secondo A. Nibby, non conteneva oggetti di particolare interesse, così come la casa annessa.

Da un carteggio del 1884 tra i Padri Passionisti di Monte Cavo e il Cardinal Camerlengo, nel quale i frati chiedono il permesso di scavare per trovare materiali antichi per costruire un campanile, il Cardinale risponde: “Il recinto di Monte Cavi, ove…… desidererebbe praticare lo scavo per togliere alcuni macigni per servire alla fabbricazione del nuovo campanile, è il famoso recinto del tempio di Giove Laziale, composto di pietre tagliate in quadro, alcune delle quali sono ancora segnate da lettere antiche. Importa quindi all’erudizione e all’antichità che non sia toccato……”.

A questa nota i frati si riferiscono un anno dopo, sostenendo di “…… non aver mai inteso di toccare quelle, che compongono il recinto dell’antico tempio, ma intendevano supplicare per poter scavare dentro li quadri dell’orto e prendere le pietre che i lavoranti nell’orto stesso, si sono accorti esservi sotterra……” A questa nota il cardinale vieta, nello stesso anno, qualunque intervento sia dentro l’orto che sul recinto. Ma le disposizioni del Cardinale non furono rispettate, come si evince da una sua lettera, purtroppo perduta, al Governatore di Albano che si riserva di verificare quanto accaduto.

Un’altra data cruciale è il 1869, anno in cui i Padri Passionisti rinvennero i celebri frammenti marmorei dei fasti consolari, la lista dei consoli che, a partire dalla metà del V sec. a.C. (i decemviri), salirono sul Monte Albano per indire le ferie latine (in realtà, la lista marmorea è molto più tarda, probabilmente risale all’età augustea). Anche questo ritrovamento fu accompagnato dalla distruzione di una struttura, forse una platea più che un muro come intese M. S. De Rossi più tardi, se non addirittura l’edificio stesso che ospitava i fasti.

Nell’insieme, è notevole la notizia del ritrovamento di mosaici e di edicole rotonde nei pressi della statua ritenuta di Giove, così come riportato nella cronaca del convento.          

 

GLI SCAVI DEL 1876 DI M. S. DE ROSSI
E veniamo agli scavi del 1876, condizionati dal precedente ritrovamento dell’edificio dei fasti, che si tentò invano di ritrovare, e dalla volontà di M. S. De Rossi di verificare la validità della pianta secentesca che riproduce l’area e il tempio di Giove (Vestigia templi atque arx Iovis Latialis), un documento rinvenuto nel codice Barberiniano.

 

 

 Questa planimetria secentesca venne sovrapposta dal De Rossi alla planimetria dei suoi scavi, condizionati dalla volontà di verificarne l’esattezza. Ne deriva una prima rappresentazione caotica dei ritrovamenti, per lo più localizzati nell’area meridionale del colle, attorno al punto di arrivo della strada. Il De Rossi riporta a settentrione la struttura distrutta dai monaci, che egli dice di aver visto nel 1869, probabilmente legata ai fasti consolari.

Il De Rossi elenca poi i vari ritrovamenti: un primo tratto della fondazione dell’edicola (cod. Barb. lettera A), il muro settentrionale del recinto (e quello meridionale rovinato in parte nella cisterna), la via antica, una cisterna con due cunicoli, un pozzo ed infine un ambiente con pavimento a mosaico bianco e nero. Dalla  grande cisterna provengono infine i frammenti di una cassetta di distribuzione delle acque in piombo con iscrizione (m)AX TUB ed altre lettere di incerta attribuzione.

 

 M.S. DE ROSSI – Pianta degli scavi nella quale viene inserito (in rosso) sia il disegno del  Codice Barberiniano che la strada. In realtà quest’ultima si rivelerà sbagliata.

    

 GLI SCAVI DEL 1912 – 14 DI G. GIOVANNONI E C. RICCI
Un altro tentativo risale agli anni 1912 – 14 ad opera di G. Giovannoni e C. Ricci, preceduto dalla scoperta dello stesso Giovannoni di 16 rocchi di colonna in tufo speronizzato di ragguardevoli dimensioni (m. 1,35 – 1,16 di diametro), rinvenuti in giacitura secondaria riversi lungo il pendio del colle. Questo ritrovamento lo convinse che le colonne dovevano appartenere al tempio di Giove e che pertanto sarebbe bastato scavare sull’ultima pendice meridionale del colle per ritrovarlo. Ma egli non trovò nulla, per cui concentrò le ricerche sull’ultimo tratto della Via Sacra, delimitato da grossi blocchi di tufo, oppure disposti attorno ad esso, mettendo in luce nel settore nord occidentale strutture residenziali dell’età di Tiberio.

Giovannoni annota anche la presenza di un sepolcreto “posto a 40 metri di distanza dall’anello del colle, composto per lo più di semplici tombe alla cappuccina, che venne alla luce a meridione del colle stesso; le sepolture vennero datate al II sec. d.C. ma questa attribuzione venne giustamente smentita da G. Lugli, trattandosi di tombe di età tarda, posteriori alla fase di abbandono dell’area sacra e del bosco sacro.

Una notizia importante per comprendere le difficoltà ed i limiti di quegli scavi la fornisce Giovannoni stesso, quando rivela che la parte centrale del colle era caratterizzata da potenti rinterri, profondi fino a 5 – 6 metri, lamentando di non poter procedere oltre in quella zona per mancanza di mezzi idonei.

Inoltre, Giovannoni purtroppo non pubblicò i risultati delle sue scoperte (a parte una breve nota riassuntiva) ed i materiali andarono purtroppo dispersi. Di una stipe votiva ritrovata durante le due campagne di scavo, fu ritrovata sia la lista di materiali che alcuni reperti (conservati nei magazzini del Museo di Villa Giulia), ma purtroppo molti bronzi andarono perduti. Si tratta per lo più di oggetti votivi risalenti al IV – II sec. a.C. Tra questi spicca il frammento di una grande ciotola (probabilmente biansata) che risale al X sec. a.C., che accanto agli altri rinvenimenti effettuati da M. S. De Rossi di questo periodo (un’olla a rete) confermano la frequentazione del sito in età protostorica, forse già per attività legate al culto di antiche divinità.

La presenza di semplici sepolture di epoca imperiale (soprattutto di II sec. d.C.) a circa 40 m. dalla sommità, poste a meridione (e quindi si suppone lungo il tratto terminale della strada) potrebbe avvalorare l’ipotesi della perdita d’importanza del sito, se confrontata ad esempio con i fasti consolari, le cui dediche ultime si datano alla metà del II sec. d.C. (sempre che i dati archeologici siano corretti). Tuttavia, il santuario continuò ad essere frequentato fino alla fine del IV sec. d.C.

           

GLI SCAVI DEL 1929 DI G. LUGLI E G. GIOVANNONI
Un terzo tentativo venne compiuto da G. Lugli assieme a G. Giovannoni nel 1929, per un tempo limitato di tre settimane con l’impiego di 12 operai, durante le quali scavò, tra l’altro, (evidentemente a tappe forzate e in modo sommario) parte di un grande edificio del quale fortunatamente esiste una dettagliata planimetria, localizzato nel settore orientale del colle.

 

                                                                                               G. LUGLI – Dettaglio dell’edificio

 

                                              I nostri commenti in rosso ricostruiscono le dimensioni dell’edificio

 

La pianta degli scavi pubblicata da G. Lugli (assai carente e sommaria) elenca, oltre all’edificio menzionato, numerosi altri scavi. Essi sono documentati da lettere minuscole che vanno dalla a alla p e interessano almeno quattordici interventi distribuiti ovunque, anche sotto le fondazioni del convento. Ne deriva, ancora una volta, una confusa serie di ritrovamenti tra loro scollegati da cui risulta una sequenza planimetrica e stratigrafica del tutto incomprensibile.

 

                                                                                       G. LUGLI – Planimetria generale degli scavi

 

                                                                         

 Planimetria generale con nostri commenti riportati in rosso

 

Una trincea scavata presso il cd. “recinto dei frati” (costituito da grandi blocchi tufacei squadrati trovati chissà dove, allineati attorno al perimetro circolare del pianoro) verificò l’esistenza di un tratto di muro in opera quadrata, costituito da un’unica fila di blocchi di tufo sovrapposti su quattro assise, con entrambe le facce bugnate. I blocchi, alti m. 0,60- 0,80, misurano in lunghezza m. 1,90 – 2,10, mentre alcuni superano i 3 metri (vedi: lettere o e p). E’ stato proposto di recente di far coincidere questo tratto originale di muro con la base del recinto riportato nel disegno secentesco del codice Barberiniano (lettera E).

Dell’edificio scavato ad oriente, la cd. “Casa dei Consoli” rimangono solo le strutture più a nord, poiché a meridione sono purtroppo andate perdute. Una parte più antica è costituita da un muro a blocchi di tufo perimetrale, da un pavimento in opus spicatum e da alcune canalizzazioni, pozzi e cunicoli. Il resto delle strutture, rivestite in opera laterizia, compreso un pavimento a mosaico con tessere bianche, appartengono ad una fase più recente (II sec. d.C.).

 

CONCLUSIONI

 

La sommità del Monte Albano che ha ospitato l’area sacra fin dai tempi più antichi si eleva a circa 950 m. s.l.m. e si estende per circa 1,5 ha. Il punto più alto dell’area risulta essere quello del ciglio orientale, quello più basso, di circa quindici metri, è quello occidentale dove si trova il convento. L’unica area pianeggiante è quella centrale, dove, secondo Giovannoni, fu impossibile scavare a causa di potenti rinterri di cinque o sei metri; egli lamentò l’impossibilità di operare in quella zona “in assenza di mezzi tecnici e finanziari idonei”.

Come abbiamo visto, delle tre campagne di scavo condotte sulla vetta di Monte Cavo, le ultime due rimangono sostanzialmente inedite. Il quadro topografico generale che ne deriva è assai confuso e contradditorio; nonostante l’infinità di trincee eseguite e di scavi effettuati ovunque (non sapremo mai dove), ancora oggi non conosciamo nulla del tempio (?) di Giove Laziale, di quello di Giunone Moneta, dei culti più antichi, dei vari sacelli e di altre realtà cultuali (si pensi all’eventuale presenza di un Auguraculum per esempio), dell’articolazione dell’area sacra e delle strade di vari periodi. 

 In generale, un punto fermo riguarda la presenza di un temenos, il grande recinto che fu riportato nel disegno del Codice Barberini. Esso venne visto e misurato in tempi diversi da Riccy e Nibby, che lo stimarono lungo circa m 70×35, mentre il Cardinal Camerlengo lo menziona ancora integro nel 1824; della sua sicura costruzione in età repubblicana furono convinti sia De Rossi che Lugli.

Un’altra certezza riguarda il medesimo orientamento nord sud – est ovest di tutte le strutture più importanti emerse dalle varie campagne di scavo, come l’edificio orientale (la cd Casa dei Consoli) e la grande cisterna scavata in parte dal De Rossi, ai quali va aggiunto il terzo ambiente rettangolare con pavimento a mosaico orientato come i precedenti (rinvenuto dal De Rossi a sud della cisterna) apparentemente isolato ma sicuramente collegato funzionalmente agli spazi vicini. Di questo insieme di strutture orientate tutte nello stesso modo, stranamente, Lugli e Giovannoni non si accorsero.

Pertanto ora sappiamo perché tutti questi edifici furono orientati come il grande temenos: essi erano funzionali a quell’area sacra principale, vennero costruiti dopo di essa e la circondarono. Possiamo anche dire che la posizione e l’orientamento del grande recinto rettangolare vennero quindi correttamente ubicati da De Rossi nella parte centrale della vetta, anche se, ovviamente, è possibile che la sua ricostruzione necessiti di piccoli correttivi. Uno di questi riguarda la posizione della grande cisterna probabilmente di epoca tardo repubblicana, sicuramente costruita all’esterno del temenos molti secoli dopo di esso; la presenza nel suo interno della cassetta di distribuzione dell’acqua recante l’iscrizione dei consoli dell’11 a.C. garantisce che in quel periodo la cisterna era voltata, il che esclude il passaggio della strada lastricata sopra di essa, come ipotizzò G. Lugli. Inoltre, anche la posizione della cisterna sotto l’angolo del temenos, parzialmente costruita all’interno del recinto stesso, non convince.

Il disegno secentesco del Codice Barberini è reso in modo schematico, per cui nell’insieme va accolto e interpretato con molta prudenza. Vi appare il recinto sacro, la cui presenza è sicuramente accertata così come quella del muro a blocchi sul lato breve in primo piano descritto e misurato da Riccy. Per quanto riguarda invece la curiosa “scalinata” lunga settanta metri che si addossa al recinto, nessuno se n’è occupato, forse perché costituisce un dettaglio imbarazzante e difficile da commentare, tale da poter addirittura togliere credibilità all’intera rappresentazione del disegno. La sua palese inutilità potrebbe aumentare il sospetto che sia il prodotto di una banale invenzione, anche perché quella gradinata non porta da nessuna parte: risulta chiaramente che si arresta sul bordo del recinto, dinanzi all’area sacra, ma a tre metri di altezza rispetto al piano interno sottostante.

Quest’ultimo paradosso potrebbe invece dare validità a quella testimonianza. La “gradinata” viene resa in dettaglio, ogni pietra dei gradini è scrupolosamente evidenziata, come tutto il disegno del resto e, soprattutto, la gradinata occupa un’area notevole, troppo grande ed appariscente per essere stata inventata. Se davvero esisteva una simile costruzione e se il disegno è affidabile, non si tratterebbe di una gradinata di accesso all’area sacra ma, al contrario, di una tribuna rivolta funzionalmente dalla parte opposta. In tal caso la gradinata di questa tribuna verrebbe a trovarsi di fronte e a poche decine di metri alla Casa dei Consoli, parallela ad essa.

 Sappiamo che durante le ferie Latine convenivano sul Monte Albano numerose delegazioni dei populi latini, una cinquantina secondo Plinio in età repubblicana, probabilmente molte di più successivamente. Accanto ad esse salivano i consoli con molti rappresentanti delle magistrature romane; alle celebrazioni ufficiali partecipavano i vari collegi sacerdotali, i curatori dell’area sacra, i vittimari, gli addetti alle cerimonie della comunione e visceratio ecc.

Dunque, alcune centinaia di persone affollavano la vetta e, presumibilmente, ciascun gruppo doveva assistere od officiare nell’ambito di spazi prestabiliti. E’ pertanto possibile che sulla tribuna prendessero posto i rappresentanti delle varie delegazioni, mentre i consoli e magistrati romani sedessero di fronte, in un’altra tribuna allestita presso la cd Casa dei Consoli, in un’area non ancora scavata da Lugli. In questo caso le cerimonie dovevano svolgersi nello spazio pianeggiante compreso tra le due tribune.

Sulla presenza di un edificio posto sul Monte Albano che ospitava i consoli durante i giorni in cui si celebravano le ferie Latine ci informa Dione Cassio. Egli ricorda infatti che, durante le ferie, un fulmine colpì quell’edificio proprio quando i consoli vi risiedevano all’interno. Che esso sia quello rinvenuto all’estremità orientale di Monte Cavo è assai probabile, anche perché sembrerebbe che in origine fosse circondato da un portico importante, ornato con grandi colonne, forse quelle menzionate da Giovannoni, delle quali non si ha più notizia.

Se abbiamo colto nel vero, l’articolazione spaziale della vetta di Monte Cavo potrebbe essere chiarita nelle sue parti principali. L’ultimo tratto della via sacra risale la spianata verso est fino all’area delle cerimonie, affiancata da un muro eretto lungo il ciglio meridionale (con entrambe le facce bugnate). Secondo gli scavi e le ipotesi di De Rossi, un ramo si dirige verso il recinto sacro (ma è del tutto ipotetico), l’altro prosegue fino all’area della gradinata.

            Purtroppo, nulla sappiamo dell’assetto stradale arcaico. La strada glareata arcaica sottostante il lastricato repubblicano, identificata da chi scrive e della quale è stata data notizia recentemente, non viene mai menzionata dagli autori delle tre campagne di scavo. La via sacra, per qualche centinaio di metri, ancora prima di raggiungere la sommità, segue un percorso in trincea; a quanto pare, lo stesso avviene anche sulla vetta, dal momento che tutte le fonti, a partire dal disegno secentesco, menzionano la presenza di blocchi di tufo ai lati della strada, oltre le crepidini, atti a sorreggere il terrapieno.

Infine, l’aspetto più deprimente e per certi versi incredibile riguarda l’assetto dell’area sacra e degli edifici entro il temenos, dei quali non sappiamo ancora assolutamente nulla.

 A questo proposito, credo che sia ora di concludere con le parole dell’Abate Antonio Riccy, il quale, trattando del Tempio di Giove, scriveva:

            “Il Talento delle nazioni barbare di rovinar le cose più magnifiche e più belle d’Italia, lo spirito di una mal intesa Religione d’alcuni Cristiani de’ secoli passati di abbatter per zelo tuttociò che era dedicato a tali numi… sono state la cause fisiche della desolazione di questo celebre Santuario del Paganesimo”.

 

Rappresentazione ipotetica degli edifici principali posti sulla vetta di Monte Cavo: il grande recinto (temenos) con a fianco la tribuna sulla quale prendevano posto le delegazioni dei popoli latini; l’edificio a fianco (cd. Casa dei Consoli) riservato alle autorità romane; la grande cisterna parzialmente messa in luce sotto il lato corto del recinto e, al di sotto, l‘altro piccolo edificio con pavimento a mosaico. Infine, a tratteggio, il tratto lastricato della Sacra via che termina nello spiazzo ove presumibilmente avveniva la cerimonia della distribuzione della carne alle varie delegazioni (da Arietti 2020).

 

 

 

 

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