ARCHEOLOGIA

ALBA LONGA – ECCEZIONALE SCOPERTA ARCHEOLOGICA A PRATO FABIO: E’ IL TEMPIO DI VENERE?

 

 

Alba Longa – Eccezionale scoperta archeologica a Prato Fabio: è il tempio di Venere?
(Di Franco Arietti)

 

 

Tracce di un grande ninfeo e di un altare, rinvenuti un secolo fa, passati del tutto inosservati e caduti nel dimenticatoio, confermano che in età augustea nell’area del Prato Fabio (Rocca di Papa) si onorava solennemente il sito e il ricordo della Città madre di tutti i Latini: Alba Longa. Abbiamo ritrovato i disegni (inediti) dello scavo. L’Osservatorio li mostra e commenta per la prima volta in esclusiva.

 

                                                                 ARCHIVIO DI STATO DI ROMA (Riproduzione vietata)

 

LO SCAVO.
Nel 1920 gli sterri per la costruzione di un villino e relativa dependance, misero in luce alcune strutture antiche poste all’estremità occidentale del pianoro di Prato Fabio.

Non fu redatto un rapporto di scavo da Edoardo Gatti, né una planimetria generale, per cui non sappiamo nulla di ciò che avvenne materialmente nel cantiere, tranne qualche scarno appunto di Edoardo Gatti che allora operava nella Regia Soprintendenza agli Scavi di Roma in qualità di Disegnatore principale. Egli, in un articolo apparso sulla rivista Notizie degli Scavi di Antichità nell’anno 1926 (di seguito: NotSc), elenca brevemente il ritrovamento di una conserva d’acqua circondata da muri e di un tratto di strada lastricata, distante 50 m., che si raccordava alla Via Sacra. Ma nell’articolo egli non menziona affatto la presenza di un altare, una omissione grave e del tutto incomprensibile; al contrario, egli dedica la sua attenzione ai bolli laterizi ed ai frammenti di intonaci parietali recanti motivi egittizzanti: tutti elementi che, come vedremo, compaiono nei suoi disegni redatti nel 1920 accanto all’altare.

Abbiamo ritrovato sia gli schizzi quotati redatti in cantiere su un taccuino, che i rilievi delle strutture elaborati successivamente in scala 1:100. Il loro esame lascia pensare che probabilmente Gatti non ha effettuato alcuno scavo, ma si è limitato a rilevare e disegnare ciò che la proprietà aveva messo in luce in precedenza durante lo sterro per le fondazioni del villino. Dunque, egli operò in condizioni precarie e, come egli stesso ammette, in un’area disseminata di laterizi e materiali vari. Inoltre, un altro problema deriva dal fatto che egli sbaglia l’orientamento delle strutture, quando scrive (su NotSc) che Prato Fabio si trova a sud di Monte Cavo: in realtà esso è esattamente a ovest. Come vedremo, questo errore diventerà pregiudiziale per l’orientamento del ninfeo.

Inoltre, il villino e la dependance non vennero poi costruiti nel punto panoramico migliore, ovvero sul ciglio occidentale del pianoro che domina il Lago Albano, ma furono arretrati verso la Via Sacra. E’ quasi certo che ciò fu dovuto alla presenza delle ingombranti opere romane in calcestruzzo.

Come già accennato, tra i disegni appare un altare che spunta dalla terra perché parzialmente interrato, il quale viene reso solo in assonometria: purtroppo non abbiamo il minimo indizio per sapere dove si trovi. Inutile aggiungere che la sola presenza di un altare (sono rarissimi quelli trovati finora) risulta essere di straordinario interesse archeologico.

 

I RILIEVI E I DISEGNI DI E. GATTI
Il rilievo della piccola conserva d’acqua ipogea sottostante il bacino del ninfeo, reso in vista frontale, lascia intendere che il lato corto del ninfeo venne distrutto durante gli sterri del cantiere, forse per entrarvi. Ciò avvenne presumibilmente prima dell’arrivo di E. Gatti, che quindi trovò una voragine di oltre quattro metri, nella quale scese per effettuare i rilievi. Questa ricostruzione è certa, poiché egli riesce a misurare lo spessore della volta della conserva d’acqua, stimato in 40 cm – altrimenti impossibile da stabilire – che egli evidentemente vedeva rotto in sezione a causa della distruzione del lato corto della conserva ipogea.

Queste annotazioni risultano fondamentali per ricostruire il lavoro del Gatti. Egli, non misura l’altezza dei muri esterni, paralleli alla cisterna, dei quali annota solo lo spessore, il rivestimento (in opera reticolata) e la lunghezza parziale di quanto evidentemente spuntava fuori terra. Ciò lascia intendere che egli vedeva solo la cresta dei muri messa in luce in qualche punto dagli operai. E ciò spiega l’assoluta parzialità dei suoi rilievi: sono appena visibili le creste dei muri circostanti la conserva d’acqua, non sappiamo se e come circondano il manufatto, mancano riferimenti alla pavimentazione; inoltre, anche la sommità del bacino del ninfeo risulta interrata.

Tutto ciò conferma che E. Gatti si limitò a disegnare ciò che egli trovò già scavato dalle maestranze del cantiere che avevano condotto uno scavo parziale ed arbitrario.

 

                                                     RILIEVO DEL NINFEO – ARCHIVIO DI STATO DI ROMA (Riproduzione vietata)

 

                      RILIEVO DEL NINFEO – RAPP. 1: 100 – ARCHIVIO DI STATO DI ROMA (Riproduzione vietata)

 

Tre muri laterali o quattro?
La prima annotazione riguarda il fatto che i due muri sui lati opposti della “cisterna”, quelli esterni e più distanti da essa, stanno alla stessa distanza dal bordo della vasca (5,80 m. ca.). Ciò significa che forse esiste un quarto muro che Gatti non vide perché interrato, ugualmente parallelo, e che pertanto le due coppie di muri siano esattamente simmetriche rispetto al ninfeo.

La conserva d’acqua
Sotto la vasca del ninfeo c’è una piccola conserva d’acqua che mostra pareti laterali alte appena un metro ed un’altezza al cervello della volta di 2,40 m. rispetto alla pavimentazione (quindi un arco assai ribassato); essa può contenere pochissima acqua. Normalmente le cisterne romane hanno pareti molto più alte, che raggiungono mediamente i tre o quattro metri di altezza, oltre a mostrare volte a tutto sesto; esse sono talvolta disposte su più navate ed hanno una portata d’acqua infinitamente maggiore. Solo in casi eccezionali compaiono vasche per la raccolta di acqua piovana poste sul tetto delle cisterne, che presentano dei fori sul fondo, poiché l’acqua non ristagna, ma viene immediatamente convogliata all’interno.

 Il bacino e la vasca del ninfeo
Il bacino e la vasca realizzati superiormente documentano un ninfeo di grandi dimensioni. Il bacino, all’interno, risulta largo 5,90 m., ma di esso non conosciamo la lunghezza totale (ben superiore a 20 m.), né l’altezza, e nemmeno la profondità all’esterno. Ciò conferma che all’atto dei rilievi di Gatti il bacino era interrato superiormente. Per questo motivo mancano tutti gli elementi strutturali relativi alla pavimentazione esterna del portico, le sue dimensioni, ecc.

La vasca vera e propria è lunga oltre 20 m., profonda 0,75 m. Gatti spiega (su NotSc) che la vasca centrale è delimitata nei due lati lunghi da due bassi muri, alti 0.75 m. e larghi 0,93 m.; ma sul disegno in sezione, a sinistra, non riporta alcun muretto basso, bensì una canaletta larga 20 cm. affiancata da un setto (in opera reticolata sui due lati largo circa 75 cm.) che la separa dalla vasca centrale: questo setto stabilisce il livello massimo dell’acqua della vasca (il cosiddetto “troppo pieno”) a 75 cm., oltre il quale l’acqua da smaltire si riversa nella canaletta laterale (larga circa 20 cm.) e da qui viene convogliata nella conserva sottostante per essere riusata.

 

                                             DETTAGLIO CON COMMENTI DELLA CONSERVA IPOGEA, VASCA E BACINO

 

L’orientamento del ninfeo
Trattando dei (due) muri paralleli che affiancano la “cisterna”, Gatti riferisce che essi stanno a ovest della cisterna stessa: ciò significa che, sempre secondo Gatti, l’asse longitudinale del ninfeo è orientato lungo l’asse nord – sud.

Ma, come già anticipato, Gatti sbaglia l’orientamento quando scrive (su NotSc) che il Prato Fabio si trova a meridione di Monte Cavo, il quale, al contrario, si trova a ovest. Pertanto, l’asse longitudinale del ninfeo deve essere corretto e orientato lungo l’asse est – ovest, con i due muri a nord del ninfeo.

 

                                         RESTITUZIONE GRAFICA DEL NINFEO: VISTA DI PRATO FABIO DA MONTE CAVO

 

                                                                     ROCCA DI PAPA: VISTA DALLA FORTEZZA MEDIEVALE

 

                                                                                                           VISTA DA MERIDIONE

 

                                                                                                VISTA DA TUSCOLO

 

L’altare
E. Gatti non lo menziona (su NotSc), forse perché non era in stretta relazione spaziale con le strutture apparse attorno al ninfeo, ed è quindi possibile che esso si trovasse isolato ad una certa distanza da esse. Possiamo solo ipotizzare che l’altare sia stato messo parzialmente in luce in quella zona dagli sterri del cantiere. Come già anticipato, il disegno assonometrico dell’altare – anche se reso con qualche incertezza – è l’unica testimonianza di cui disponiamo.

La forma dell’altare – conservato in parte – trova per ora generici confronti con esemplari rinvenuti nel Lazio a partire dalla metà del VI sec. a.C., la cui evoluzione tipologica si osserva fino alla fine del IV sec. a.C. in ambito lavinate (Santuario delle XIV are), romano (Volcanal) e ardeate (Castrum Inui). In assenza di dati stratigrafici e tipologici certi, un confronto puntuale con i pochi esemplari noti risulta impossibile. Per ora possiamo limitarci ad evidenziare la straordinaria importanza di questo monumento in rapporto al luogo in cui è apparso e sollevare la necessità di un intervento di scavo in un’area che sta assumendo un rilevante interesse scientifico.

 

                                        BOLLI LATERIZI E ALTARE – ARCHIVIO DI STATO DI ROMA (Riproduzione vietata)

 

                                                    ALTARE – ARCHIVIO DI STATO DI ROMA (Riproduzione vietata)

 

CONCLUSIONI
Abbiamo chiarito che Edoardo Gatti fu probabilmente costretto ad operare in condizioni decisamente avverse; solo così si possono comprendere alcune lacune del suo lavoro, che ne hanno assai complicato la comprensione ma che risulta comunque prezioso e determinante.

La sola presenza dell’altare esclude nel modo più assoluto che l’intera area del Prato Fabio abbia avuto un carattere residenziale, come ritenne E. Gatti ipotizzando la presenza di una comune villa imperiale sottostante. Al contrario, emerge chiaramente la fortissima valenza cultuale del luogo, postulata anche dalla maestosa posizione del grande ninfeo, costruito nel punto più aggettante del pianoro di Prato Fabio che domina il Lago Albano. Forse non siamo lontani dal vero se immaginiamo alle sue spalle la presenza del tempio di Venere menzionato da Orazio.

Non è solo la straordinaria posizione del ninfeo e del probabile tempio annesso a suggerire questa ipotesi, ma una serie di eventi sempre più insistenti che collegano direttamente la gente Fabia a questo luogo, tanto da essersi cristallizzati nel toponimo di Prato Fabio.

L’aspetto più significativo e certamente più noto, è quello legato al ruolo di Venere intesa come Genitrice della gente Giulia. Se Cesare inaugurò il culto di Venere Genitrice, madre di Enea, padre di Ascanio fondatore di Alba Longa (detto anche Iulo, progenitore della gens Julia), il tema delle origini di Roma divenne fondamentale nell’ambito della successiva propaganda augustea. Da allora, il tempio di Venere Genitrice domina il foro di Cesare, quello di Marte Ultore campeggia nel foro di Augusto: Alba Longa e la storia delle origini di Roma si affermano prepotentemente in età augustea, legittimando le origini divine della gente Giulia, che si ricollegano direttamente a Venere e Marte (padre di Romolo e Remo).

Tornando al ninfeo e al Prato Fabio, Orazio (Odi, IV, 1, – Rinuncia a Venere) consiglia Venere di rivolgere le sue attenzioni a Fabio Massimo Paolo, il quale “… ti farà una statua di marmo nel tempio con tetto di cedro sui laghi albani” (che domina entrambi i laghi albani). Fabio Massimo era imparentato con Augusto (ne aveva sposato la cugina Marcia) e fu intimo dell’imperatore.

Quindi, emerge decisamente la figura di Fabio Massimo Paolo – console nell’11 a.C. imparentato con Augusto tanto da condividere con i Giuli la discendenza da Venere – a suggerire l’ipotesi, a questo punto del tutto legittima, che l’erezione di un tempio dedicato a Venere (Genitrice) al Prato Fabio in età augustea sia stata voluta e realizzata da lui. Il tempio, di preziosissimo cedro – a meno che quella di Orazio non sia solo una divagazione poetica -, sottolinea la volontà di onorare il ricordo di Alba Longa con grande magnificenza: basti ricordare che Cicerone comperò una tavola di cedro d’Africa per un milione di sesterzi; inoltre, le fonti antiche spesso ricordano e sottolineano la preziosità di questo legno intesa come massima ostentazione di prestigio e di lusso.

Quanto alla presenza dell’altare – se effettivamente più antico e non collegato al ninfeo come sembra – possiamo solo sottolineare che esso conferma quanto ipotizzato in precedenza sulla secolare stratificazione cultuale di Alba (vedi a proposito gli articoli sul sito dell’Osservatorio). Nonostante tutte queste testimonianze frammentarie, una cosa è certa: l’area di Prato Fabio potrebbe conservare ancora una delle pagine di storia più importanti relative alle origini di Roma e del Lazio antico.

 

LA MAPPA DI ATHANASIUS KIRCHER (1671)
Nella celebre mappa relativa alle antichità del Lago Albano, A. Kircher immagina Alba Longa a Palazzolo, sul bordo orientale del lago. Egli elenca in successione lungo il Monte Albano: sulla vetta il Tempio di Giove Laziale e, al di sotto, a mezza costa, nell’area di Prato Fabio che domina il lago, egli ipotizza la presenza del Tempio di Venere.

Quindi è possibile che qualche secolo fa fossero ancora visibili in superficie a Prato Fabio i resti antichi parzialmente messi in luce dagli scavi del 1920 documentati da Edoardo Gatti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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