ARCHEOLOGIA

COSA SI TROVA SOTTO I TRALICCI DI MONTE CAVO? STORIA DEGLI SCAVI ARCHEOLOGICI (CHE NESSUNO CONOSCE)

MONTE CAVO

STORIA DEGLI SCAVI ARCHEOLOGICI

(Di Franco Arietti)

 

 

 

L’AREA SACRA
Le fonti antiche attribuiscono agli Albani le più antiche frequentazioni a scopo cultuale nell’area sacra posta sulla sommità del mons Albanus; ciò avvenne a partire dalla fine del secondo millennio a.C. (età del bronzo finale – inizi età del ferro). Questa straordinaria esperienza pre federale delle antiche curie gentilizie albane favorì la nascita della Civiltà Latina e nel contempo divenne il modello istituzionale per la formazione della successiva lega latina (dal VI sec. a.C.), che ugualmente si strinse attorno al mons Albanus per la sua identità religiosa e al lucus Ferentinae (sempre sui Colli Albani) per quella politica. Giove Laziare (o Laziale) sostituì le più antiche divinità albane ed ogni anno tutti i popoli del Latium vetus rinsaldavano la loro unità sul Monte Albano attraverso le feriae latinae. Le “feste latine” – che inizialmente duravano un giorno, poi due, infine tre – culminavano con l’atto rituale più importante: la comunione dei populi attraverso la spartizione della carne ottenuta dal sacrificio di un toro (in realtà un bos mas). Secondo Plinio, in età medio repubblicana, le delegazioni dei popoli erano circa cinquanta. La sera del terzo giorno si accendeva un gigantesco falò che tutti i Latini dovevano vedere da ogni parte del Lazio – un fuoco sacro tratto dall’ara delle vestali (l’altare recentemente identificato a Prato Fabio? Vedi l’immagine sotto e l’articolo dell’Osservatorio) – il quale annunciava la felice conclusione delle feste latine.

Altare di Prato Fabio – (Riproduzione vietata)

 

Dal IV sec. a.C., con l’egemonia di Roma, non mutò affatto il ruolo del santuario federale latino. Anzi, si stabilì che il primo atto ufficiale dei consoli che entravano in carica ogni anno a gennaio doveva essere quello di salire sulla vetta del Monte Albano (in processione lungo la Via Sacra partendo dal Prato Fabio) e indire la data delle ferie latine (che si tenevano generalmente in primavera in giorni sempre diversi).

Questa importante cerimonia – che si mantenne inalterata per tutta l’età imperiale – non evidenzia solo un generico dovere cultuale di Roma nel confronti di Giove Laziale e dell’antico santuario federale dei Latini, ma deriva principalmente dal preciso obbligo di onorare e venerare per sempre due entità contigue e indissolubili: il mons Albanus e Alba Longa (Prato Fabio), il luogo in cui la tradizione pone la nascita di Romolo – il fondatore di Roma – e con lui tutte le principali leggende e tradizioni della Civiltà Latina.

 

IL MONS ALBANUS
Nella sua monumentale opera, Tito Livio lo cita oltre trenta volte e sempre in connessione con l’area sacra. Nel celebre passo in cui narra del prodigio delle pietre cadute dal cielo e dalla voce che si ode proveniente dal bosco sacro che ordina agli Albani di scarificare secondo i loro riti (I, 31, 1-4) fornisce anche una ulteriore importante indicazione topografica: il mons Albanus corrisponde solo ed esclusivamente all’area sacra, costituita dalla vetta e dal sottostante lucus, il bosco sacro. La via Sacra, recentemente identificata, inizia infatti nel punto in cui entra nel bosco sacro, appena superata la spianata del Prato Fabio (che si trova 135 metri più in basso rispetto alla cima di Monte Cavo). In questo esatto punto Tito Livio ubica Alba Longa, confermando appieno ancora una volta cosa intendeva sistematicamente per mons Albanus: egli spiega che la città sorgeva alle pendici del Monte Albano – quindi iniziava dove esso finiva – ma nel contempo “si trovava lungo la dorsale del monte stesso”. Dunque, egli separava materialmente l’area sacra da quella parte di monte successiva le cui pendici lambiscono effettivamente il margine del lago. Ciò chiarisce l’equivoco di quanti hanno erroneamente cercato (e immaginato) Alba Longa in vari punti del bacino lacustre.

 

 

LE SCOPERTE ARCHEOLOGICHE A MONTE CAVO
Presentiamo una sintesi delle varie scoperte effettuate a varie riprese su Monte Cavo, dovute in parte alla costruzione del convento e alle successive modifiche apportate dai PP. Passionisti, e, soprattutto, agli scavi archeologici effettuati tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 in tre successive campagne di scavo. Per quest’ultime, come si vedrà, il quadro è desolante: scavi parziali – effettuati frettolosamente a “macchia di leopardo” senza alcun metodo scientifico, finalizzati soprattutto alla ricerca spasmodica e immediata del “tempio di Giove” (che non è mai stato trovato) o di altre presenze specifiche (l’edificio dei fasti consolari ad esempio) – scavi che potevano benissimo essere ripresi e ultimati scientificamente in questi anni con mezzi moderni e adeguati. Purtroppo gli edifici e le strutture militari, l’inferno dei tralicci abusivi, cavi, tiranti, box, ripetitori ed edifici annessi altrettanto abusivi hanno devastato l’intera area sommitale con una violenza impressionante. Inoltre, il recente l’abbandono dell’area da parte dei militari e delle loro strutture rende ancora più raccapricciante la squallida visione delle profonde (e inutili) ferite arrecate alla più importante area sacra dei popoli latini.

 

IL TEMPIO DI GIOVE
Le fonti antiche non menzionano direttamente l’esistenza di un tempio dedicato a Iuppiter latiaris (Giove Laziare o Laziale) sul Monte Albano. Ritrovamenti archeologici sulla vetta, come la fistula aquaria (tubatura in bronzo) recante l’iscrizione CUR(ator) AED(is) S(acrae) e le varie menzioni di Cassio Dione e Tito Livio circa l’esistenza di una statua di Giove sul Monte Albano, sono stati interpretati come attestazione dell’esistenza di un tempio, al contrario di quanti negano questa ipotesi e sostengono che sulla vetta vi fu solo un recinto relativo ad un culto a cielo aperto.

Anche l’annotazione di Livio circa la dedica di C. Cicereio di un aedes Junonis Monetae sul Mons Albanus nel 168 a.C. (tempio dedicato a Giunone Moneta) accanto alla pratica dei trionfi minori (ovationes) – nell’insieme intesi come processo di omologazione del culto di Giove Laziale a quello di Giove Capitolino a Roma – sono stati interpretati di recente come testimonianza dell’esistenza di un tempio vero e proprio. A questo processo di omologazione, in particolare al sostrato mitostorico comune con Roma, va aggiunta la scoperta di un oscillum, un ciottolo levigato forato dello stesso tipo rinvenuto in più esemplari nel Foro Romano (Comizio).

I primi scavi sul Monte Albano risalgono al 1573, ad opera del card. Ursino su licenza di Marcantonio Colonna. Furono seguiti da quelli del 1843, di cui non sappiamo nulla, tranne che non portarono ad alcun risultato; a questi seguirono gli scavi del 1876 (scavi di M. S. De Rossi per conto dell’Imperiale Instituto Archeologico Germanico), poi quelli del 1912 – 1914 (scavi G. Giovannoni e C. Ricci) ed infine dai lavori del 1929 (scavi di G. Lugli –  G. Giovannoni). Ironia della sorte, il tempio non fu mai ritrovato ed oggi possiamo solo tentare di ricostruire i rinvenimenti e la storia di quegli scavi largamente incompleti, fatti con grande entusiasmo ma purtroppo in modo assai rudimentale. Questi scavi furono però preceduti da importanti ritrovamenti collegati alla costruzione del convento ed ai lavori dei PP. Passionisti.

 

I RITROVAMENTI DEI PP. PASSIONISTI
Un discorso a parte merita la distruzione sistematica del tessuto archeologico operato nel corso dei secoli, in particolare dai monaci, ad iniziare dalla costruzione del primo eremitorio del 1723 probabilmente eseguita con la distruzione di materiale antico. Le spoliazioni e distruzioni sistematiche continuarono in particolare tra il 1774 e il 1779 con l’ampliamento del convento e la ricostruzione della chiesa.

 

 

In quest’ultimo periodo, la cronaca annuale del convento elenca una serie di ritrovamenti – che riportiamo integralmente di seguito – tra cui spicca quello di una stipe votiva “…… Scavando le fondamenta per il nuovo braccio e della chiesa furono trovati ancora quantità di marmi, parte dei quali furono serviti per la chiesa…..si trovarono altresì diversi idoli di metallo della lunghezza di mezzo palmo (11 cm circa ndr) tutti con qualche attributo di Giove e per lo più fulminante i quali furono dati a diversi dilettanti e due furono regalati, cioè uno con l’ale e l’altro co’ fulmini nella destra, ai principi Doria D. Andrea e D. Giorgio il 9 ottobre 1779. Furono anche trovati dei rottami di statuette, fantocci si di uomini che di donne e di bestie, tutti però di creta ma non di buona mano, ed altre cornici e fiorami; ma il più pregevole fu un dito di bronzo più che gigantesco, un piedestallo con al di sopra ambedue i piedi posati di una statua di marmo, e molte, molte medaglie (monete ndr). Di più nello spianare il terrapieno per la fabbrica della chiesa fu trovata quasi in mezzo una cisterna quasi consimile all’altre due che stanno sul prato e fu fatta servire per sepoltura, essendovi anche in questa due cunicoli, come quelle accennate di sopra.”

Ancora la cronaca del convento, che porta la notizia del ritrovamento di due statue e della costruzione del recinto del convento nel 1771 (non sappiamo se l’intero recinto o quello che divide l’area del pianoro)  ”…… Che dette fabbriche fossero magnifiche…… rilevasi dalla quantità di marmi ritrovati, parte serviti già per la chiesa, parte trasportati altrove…… Quello che riguarda il tempio, non abbiamo memoria alcuna della sua figura. Sembra però che poteva rassomigliare al tempio del Sole che tutt’ora si vede nella piazza della Bocca della Verità e ciò si ricava dai pavimenti…… Mentre in un certo sito detto presentemente il Cocchio vi fu trovato un mosaico rotondo finissimo, e all’interno di detto pavimento a Mosaico, altro mosaico ma più ordinario…… Si vuole che la statua di Giove fosse di marmo e che fosse colossale e che nei scavi fatti circa l’anno 1714 su la sommità del monte fosse ritrovata, mancante però della testa, e che per l’ingiuria e la quantità dei secoli scorsi, fosse talmente scontraffatta e rovinata, che poco o niente potevasi riconoscere…… Padre Tommaso…… pretese di porre la clausura …… benché non recintato fosse quest’orto. Forse per scavare con più libertà fece egli far questo Passo…… il quale quest’anno (1771) trovò una statua che mandò al Pontefice Clemente XIV”.
La chiesa fu dedicata il giorno 1 ottobre 1784, ma, secondo A. Nibby, non conteneva oggetti di particolare interesse, così come la casa annessa.

Da un carteggio del 1884 tra i Padri Passionisti di Monte Cavo e il Cardinal Camerlengo, nel quale i frati chiedono il permesso di scavare per trovare materiali antichi per costruire un campanile, il Cardinale risponde: “Il recinto di Monte Cavi, ove…… desidererebbe praticare lo scavo per togliere alcuni macigni per servire alla fabbricazione del nuovo campanile, è il famoso recinto del tempio di Giove Laziale, composto di pietre tagliate in quadro, alcune delle quali sono ancora segnate da lettere antiche. Importa quindi all’erudizione e all’antichità che non sia toccato……”.

A questa nota i frati si riferiscono un anno dopo, sostenendo di “…… non aver mai inteso di toccare quelle, che compongono il recinto dell’antico tempio, ma intendevano supplicare per poter scavare dentro li quadri dell’orto e prendere le pietre che i lavoranti nell’orto stesso, si sono accorti esservi sotterra……” A questa nota il cardinale vieta, nello stesso anno, qualunque intervento sia dentro l’orto che sul recinto. Ma le disposizioni del Cardinale non furono rispettate, come si evince da una sua lettera, purtroppo perduta, al Governatore di Albano che si riserva di verificare quanto accaduto.

Un’altra data cruciale è il 1869, anno in cui i Padri Passionisti rinvennero i celebri frammenti marmorei dei fasti consolari, la lista dei consoli che, a partire dalla metà del V sec. a.C. (i decemviri), salirono sul Monte Albano per indire le ferie latine (in realtà, la lista marmorea è molto più tarda, probabilmente risale all’età augustea). Anche questo ritrovamento fu accompagnato dalla distruzione di una struttura, forse una platea più che un muro come intese M. S. De Rossi più tardi, se non addirittura l’edificio stesso che ospitava i fasti.

Nell’insieme, è notevole la notizia del ritrovamento di mosaici e di edicole rotonde nei pressi della statua ritenuta di Giove, così come riportato nella cronaca del convento.          

 

GLI SCAVI DEL 1876 DI M. S. DE ROSSI
E veniamo agli scavi del 1876, condizionati dal precedente ritrovamento dell’edificio dei fasti, che si tentò invano di ritrovare, e dalla volontà di M. S. De Rossi di verificare la validità della pianta secentesca che riproduce l’area e il tempio di Giove (Vestigia templi atque arx Iovis Latialis), un documento rinvenuto nel codice Barberiniano.

 

 

 La planimetria secentesca venne sovrapposta dal De Rossi alla planimetria dei suoi scavi, condizionati dalla volontà di verificarne l’esattezza. Ne deriva una prima rappresentazione caotica dei ritrovamenti, per lo più localizzati nell’area meridionale del colle, attorno al punto di arrivo della strada. Il De Rossi riporta a settentrione la struttura distrutta dai monaci, che egli dice di aver visto nel 1869, probabilmente legata ai fasti consolari.

Il De Rossi elenca poi i vari ritrovamenti: un primo tratto della fondazione dell’edicola (cod. Barb. lettera A), il muro settentrionale del recinto (e quello meridionale rovinato in parte nella cisterna), la via antica, una cisterna con due cunicoli, un pozzo ed infine un ambiente con pavimento a mosaico bianco e nero. Dalla cisterna provengono infine i frammenti di bronzo con iscrizione (m)AX TUB ed altre lettere inerenti forse alla distribuzione dell’acqua. Come si vedrà successivamente, in base agli scavi di G. Lugli, l’orientamento della pianta del seicento, proposto dal De Rossi, risulterà sbagliato.

 

  M.S. DE ROSSI – Pianta degli scavi nella quale viene inserito il disegno del                      Codice Barberiniano. In rosso si evidenziano le aree scavate.

    

 GLI SCAVI DEL 1912 – 14 DI G. GIOVANNONI E C. RICCI
Un altro tentativo risale agli anni 1912 – 14 ad opera di G. Giovannoni e C. Ricci, preceduto dalla scoperta dello stesso Giovannoni di 16 rocchi di colonna in tufo speronizzato di ragguardevoli dimensioni (m. 1,35 – 1,16 di diametro), rinvenuti in giacitura secondaria riversi a meridione del colle. Questo ritrovamento lo convinse che le colonne dovevano appartenere al tempio di Giove e che pertanto sarebbe bastato scavare sull’ultima pendice meridionale del colle per ritrovarlo. Ma egli non trovò nulla, per cui concentrò le ricerche sull’ultimo tratto della Via Sacra, delimitato da grossi blocchi di tufo, oppure disposti attorno ad esso, mettendo in luce nel settore nord occidentale strutture residenziali dell’età di Tiberio.

Giovannoni annota anche la presenza di un sepolcreto “posto a 40 metri di distanza dall’anello del colle”, composto per lo più di semplici tombe alla cappuccina, che venne alla luce a meridione del colle stesso; le sepolture vengono datate al II sec. d.C.

Una notizia importante per comprendere le difficoltà ed i limiti di quegli scavi la fornisce Giovannoni stesso, quando rivela che la parte centrale del colle era caratterizzata da potenti rinterri, profondi fino a 5 – 6 metri, lamentando di non poter procedere oltre in quella zona per mancanza di mezzi idonei.

Inoltre, Giovannoni purtroppo non pubblicò i risultati delle sue scoperte (a parte una breve nota riassuntiva) ed i materiali andarono purtroppo dispersi. Di una stipe votiva ritrovata durante le due campagne di scavo, fu ritrovata sia la lista di materiali che alcuni reperti (conservati nei magazzini del Museo di Villa Giulia), ma purtroppo molti bronzi andarono perduti. Si tratta per lo più di oggetti votivi risalenti al IV – II sec. a.C. Tra questi spicca il frammento di una grande ciotola (probabilmente biansata) che risale al X sec. a.C., che accanto agli altri rinvenimenti effettuati da M. S. De Rossi di questo periodo (un’olla a rete) confermano la frequentazione del sito in età protostorica, forse già per attività legate al culto di antiche divinità.

La presenza di semplici sepolture di epoca imperiale (soprattutto di II sec. d.C.) a circa 40 m. dalla sommità, poste a meridione (e quindi si suppone lungo il tratto terminale della strada) potrebbe avvalorare l’ipotesi della perdita d’importanza del sito, se confrontata ad esempio con i fasti consolari, le cui dediche ultime si datano alla metà del II sec. d.C. (sempre che i dati archeologici siano corretti). Tuttavia, il santuario continuò ad essere frequentato fino alla fine del IV sec. d.C.

           

GLI SCAVI DEL 1929 DI G. LUGLI E G. GIOVANNONI
Un terzo tentativo venne compiuto da G. Lugli assieme a G. Giovannoni nel 1929, per un tempo limitato di tre settimane, durante le quali scavò, tra l’altro, (evidentemente a tappe forzate e in modo sommario) parte di un grande edificio del quale fortunatamente esiste una dettagliata planimetria, localizzato nel settore orientale del colle.

 

                                                                         G. LUGLI – Dettaglio dell’edificio

 

                                                  I nostri commenti in rosso ricostruiscono le dimensioni dell’edificio

 

La pianta degli scavi pubblicata da G. Lugli (assai carente e sommaria) elenca, oltre all’edificio menzionato, numerosi altri scavi. Essi sono documentati da lettere minuscole che vanno dalla a alla p e interessano almeno quattordici interventi distribuiti ovunque, anche sotto le fondazioni del convento. Ne deriva, ancora una volta, una confusa serie di ritrovamenti tra loro scollegati da cui risulta una sequenza planimetrica e stratigrafica del tutto incomprensibile.

 

                                                                            G. LUGLI – Planimetria degli scavi

 

                                                           Planimetria con nostri commenti riportati in rosso

 

Una trincea scavata presso il cd. “recinto dei frati” (costituito da grandi blocchi tufacei squadrati trovati chissà dove, allineati attorno al perimetro circolare del pianoro) verificò l’esistenza di un tratto di muro in opera quadrata, costituito da un’unica fila di blocchi di tufo sovrapposti su quattro assise, con entrambe le facce bugnate. I blocchi, alti m. 0,60- 0,80, misurano in lunghezza m. 1,90 – 2,10, mentre alcuni superano i 3 metri (lettere o e p). E’ stato proposto di recente di far coincidere questo tratto originale di muro con la base del recinto riportato nel disegno secentesco del codice Barberiniano (lettera E). Dell’edificio scavato ad oriente rimangono solo le strutture più a nord, poiché a meridione sono purtroppo andate perdute. Una parte più antica è costituita da un muro a blocchi di tufo perimetrale, da un pavimento in opus spicatum e da alcune canalizzazioni, pozzi e cunicoli. Il resto delle strutture, rivestite in opera laterizia, compreso un pavimento a mosaico con tessere bianche, appartengono ad una fase più recente (II sec. d.C.).

 

CONCLUSIONI
Come si evince dal breve riassunto della storia di questi scavi, ai pochi mezzi destinati alle indagini archeologiche, si unì una disordinata ricerca ossessiva del tempio di Giove in particolare, fatta di scavi a “macchia di leopardo”, che nell’insieme fornirono un quadro confuso e incomprensibile del tessuto archeologico originale.
Sappiamo che per molto tempo l’area fu frequentata prima dagli Albani, poi, per qualche secolo ancora, da tutti i popoli latini in un periodo in cui, almeno inizialmente, non si poteva parlare di edifici di culto veri e propri, costruiti come quelli noti in altre parti del Lazio dal VI e V secolo a.C. in poi. Appartiene a questa fase anche la strada arcaica che portava alla sommità, la quale fu lastricata solo a partire dal III o II sec. a. C. Essa fu percorsa per molti secoli: per tutto il periodo protostorico, arcaico e medio repubblicano ed il suo tracciato originale non necessariamente doveva coincidere con quello lastricato successivo. Inoltre, nell’età più antica, sul Monte Albano esistevano solo degli spazi cultuali a cielo aperto a cui si sovrapposero successivamente i nuovi spazi consacrati e i nuovi culti di Giove Laziale (e poi quello di Giunone Moneta) della cui struttura non sappiamo assolutamente nulla a causa della parzialità degli scavi ottocenteschi e del primo novecento.

Queste semplici considerazioni ci fanno capire che siamo lontanissimi dalla pur minima comprensione dell’assetto topografico originale dell’area sacra nei vari momenti storici.   Purtroppo, la ricerca spasmodica del tempio di Giove e l’inevitabile fallimento di questa sorta di scavi, lascia insoluti quasi tutti i problemi legati a quest’area di altissimo interesse storico archeologico. Forse in futuro si potranno riprendere le ricerche e in questa direzione non mancherà la massima attenzione e l’impegno dell’Osservatorio dei Colli Albani.

 

 

 

 

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