ARCHEOLOGIA

I GIOVANI ARCHEOLOGI DISOCCUPATI E I PROGETTI FARAONICI DELLA COMUNITÀ MONTANA

 

 

I NUOVI SERVI DELLA GLEBA
Nei primi anni ’80 la Soprintendenza archeologica di Roma, con un semplice e geniale provvedimento, rivoluzionò l’attività di tutela e controllo del territorio. Un semplice allegato alla variante di P.R.G., ben noto con il nome di “Carta storica archeologica monumentale e paesistica del Suburbio” – detta semplicemente carta dell’Agro – assieme ad alcune specifiche norme transitorie, imposero che ogni movimento di terra nell’ambito di tutto il territorio del Comune di Roma che avesse interessato aree archeologiche riportate sulla carta dell’Agro fosse preceduto da indagini archeologiche preventive finanziate da soggetti  pubblici o privati che avessero avviato quei progetti

L’improvvisa necessità di effettuare centinaia di sondaggi preventivi contemporaneamente, anche per grandi estensioni, spesso decine o addirittura centinaia di ettari (si pensi ai Piani di Zona o i Consorzi industriali per esempio – vedi in questo sito: Ariccia, Santa Palomba) – necessari al rilascio dei relativi nulla osta – ha creato non pochi problemi alla Soprintendenza. Si ricorse così all’aiuto dei cosiddetti “Collaboratori esterni”, giovani laureati in archeologia da impiegare negli scavi. Se da un lato i privati hanno sempre mal tollerato questa “imposizione”, dall’altra si trovarono tra i piedi questi bravi ragazzi, da pagare a giornata secondo contrattazioni private, senza la cui relazione di scavo non avrebbero comunque ottenuto il benedetto nulla osta. Ed ecco il nuovo miracolo all’italiana: centinaia di cantieri, ruspe, camion, polvere e giovani piazzati ovunque, senza alcuna tutela, ma assolutamente funzionali al nuovo sistema schiavistico. Nascevano così i nuovi “servi della gleba”i quali, se tutto andava bene e se lo scavo durava più di un mese, erano pagati (ma non sempre) e, comunque, molto meno degli operai a cui davano gli ordini. 

Dopo alcuni decenni, il sistema schiavistico ha preso piede, si è strutturato e i giovani sono diventati la colonna portante delle soprintendenze. Infatti, dopo il grande successo della sperimentazione romana in campo di tutela archeologica preventiva, prima le altre tre soprintendenze del Lazio (purtroppo con un certo ritardo) e poi tutte quelle italiane hanno adottato questo ingegnoso sistema. Non solo, ma i nuovi servi della gleba, che dopo decenni potevano vantare una professionalità di altissimo livello – spesso molto superiore agli stessi funzionari da cui prendevano ordini – avevano cominciato a tutelarsi in qualche modo, formando delle cooperative. Insomma, hanno imparato a “fare impresa”. E quando tutto sembrava offrire loro un futuro migliore, ecco la crisi edilizia, i disastrati bilanci delle pubbliche amministrazioni, la chiusura dei cantieri e la fame di gente che a cinquant’anni si è trovata con un pugno di mosche in mano e con lo spettro del fallimento davanti agli occhi.
Per avere un’idea della drammatica situazione, basta consultare questo sito ed il rapporto della C.I.A. Confederazione Italiana Archeologi Discovering the Archaeologists of Italy 2012-14.

PER FORTUNA CHE C’E’ LA COMUNITA’ MONTANA
Il faraonico progetto della Comunità Montana di qualche anno fa, costoso quanto basta e realizzato solo in parte, intitolato “Tuscolo – luogo primitivo dell’anima”, nome emblematico che si ispira alla visione romantica di stampo settecentesco dei ricchi giovani rampolli delle aristocrazie europee che viaggiavano in Italia. Tuscolo viene inteso come luogo selvaggio e romantico, ricco di magie, suggestioni e fascino: guai a toccarlo, perché deve comunque riecheggiare questo romanticismo silvestre. Accanto a questi principi, si è affermato l’altro, l’equivoco popolare ben più noto: quello della scampagnata sui prati e della gita fuori porta, garantito nel progetto della Comunità Montana dall’ampia area attrezzata a parco giochi, picnic, ecc.
Ma la settecentesca visione romantica e “il luogo primitivo dell’anima” vengono riassunti (e spariscono miseramente) in questa tabella:

 

 

 

Nove miliardi delle vecchie lire, ma solo per le più svariate e impensabili opere strutturali, che fanno sempre molto bene all’anima (di chi le costruisce e intasca i soldi). Naturalmente, nemmeno un centesimo per gli scavi archeologici. Tuscolo, che finora è stato scavato si e no al 4 – 5%, deve rimanere selvaggio e magico, ma solo per gli archeologi e i turisti che non hanno nulla da visitare! 
Fortunatamente, il progetto viene abbandonato, sostituito da un’altro progetto in cui la dizione “scavi archeologici” appare timidamente e ambiguamente, anche se in modo incomprensibile. Ma non è questo il problema, la riflessione è un’altra: se qualcuno ha pensato di spendere in quel modo nove miliardi delle vecchie lire in cinque anni, con la stessa cifra, che altro si poteva pensare di fare?
Si potevano formare, ad esempio, 5 équipes di scavo, composte da circa 20 persone. Ciascun gruppo poteva essere composto da archeologi, assistenti, topografi, fotografi, disegnatori, restauratori e maestranze, palisti, ecc., per un totale di circa 100 persone.
Ogni gruppo poteva operare sistematicamente in un settore specifico (mura, strade e tombe, foro, acropoli, ecc.) diventando specialista negli anni, con un risparmio notevole di denaro ed una resa altrettanto considerevole in termini scientifici. In 5 anni la città di Tuscolo sarebbe stata scavata integralmente, all’interno delle mura e all’esterno, dove ci sono soprattutto i sepolcreti, le strade e le risorse economiche.
Ora Tuscolo sarebbe piena di bus turistici e avremmo avuto un parco archeologico che di “culturale” poteva vantare solo un ricordo imbarazzante.
In attesa che l’XI Comunità Montana, abolita ufficialmente nel dicembre 2016, venga smantellata e ricostruita esattamente com’era prima una volta cambiato il suo nome in “Unione dei Comuni”, ai nostri preparatissimi archeologi consigliamo di trovarsi un altro lavoro. Dove? All’Unione dei Comuni, naturalmente.

 

 

 

 

 

 

 

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