ARCHEOLOGIA

ARICCIA – SANTA PALOMBA – Le clamorose scoperte archeologiche nell’Agro Aricino – PARTE II

(La parte I, già presentata, viene di seguito)  

ARICCIA: GLI SCAVI DI SANTA PALOMBA

PARTE II

LE TOMBE PROTOSTORICHE

(di Franco Arietti)

 

Premessa.
Come già indicato, l’area di Santa Palomba rientra nell’agro aricino, come si desume dalla distanza di circa 6 – 7 chilometri da Ariccia. Dal punto di vista insediativo si conferma ulteriormente quanto avviene comunemente su tutto il territorio albano, ovvero la presenza di centri principali (curie) posti in posizione strategica e che esibiscono difese naturali o artificiali, circondati da insediamenti minori, privi di difese, posti in luoghi pianeggianti aventi carattere produttivo, che spesso si trovano ai confini di ciascuna curia (è il caso di Santa Palomba). Questa situazione si manifesta chiaramente anche in altri centri laziali (specialmente nel territorio della Laurentina Acqua Acetosa) attraverso la presenza di piccoli nuclei insediativi, anche a carattere aristocratico, sparsi nel territorio, in particolare ai margini di esso, in rapporto al controllo dei confini e delle vie di comunicazione.

 

                  Le curie gentilizie albane (in rosso) e gli insediamenti minori circostanti (in verde)

 

Anche a Santa Palomba abbiamo una evidente conferma di questa situazione topografica marginale, attraverso la distribuzione spaziale delle sepolture isolate oppure raccolte in piccoli gruppi. Tombe dello stesso periodo sono separate infatti da una distanza di circa 3 chilometri. Esse riflettono chiaramente situazioni insediative contigue ma separate, in evidente rapporto con tracciati stradali diversi e di primaria importanza. Lo stesso vale per le tracce di abitato, sparse in vari punti, come documentato nella seguente planimetria.

                                  Santa Palomba – strade arcaiche principali – tombe, sepolcreti e aree residenziali

 

LE URNE A CAPANNA
Da Santa Palomba, località Palazzo, presso la strada che collegava Boville a Lavinio, proviene una tomba ad incinerazione molto particolare. Nonostante fosse stata danneggiata dalle arature, ha restituito la copertura del pozzetto – che conteneva l’urna cineraria ed il corredo – eseguita con lamelle di bronzo fissate in origine ad un supporto in materiale deperibile formanti il tetto di una capanna.

 

Tomba 1 in corso di scavo – località Palazzo

Tomba 1 – località Palazzo – Dopo il restauro

 

 

 

 

 

 

 

 

Urna a capanna in bronzo (dal mercato antiquario)

Le urne cinerarie a forma di capanna sono assai note in ambito laziale a partire dal X sec. a.C. Eseguite in ceramica, rappresentano una capanna reale, a pianta ellittica, con tetto stramineo sormontato dai pali che si incrociano sul colmo e da paletti minori, desinenti ad “L”, che trattengono il rivestimento vegetale. Sul tetto, lungo l’asse longitudinale, figurano sempre due finestrelle che servivano anche per convogliare all’esterno il fumo del focolare, mentre di solito la porta risulta fissata agli stipiti da un elemento in bronzo passante che simula il palo originale. Raramente appare una finestra laterale oppure elementi che riconducono all’esistenza di un portico all’ingresso.

 

 

Per quanto riguarda il tema della capanna, esso offre numerose formulazioni, per cui possiamo trovare in varie località laziali vasi con tetto a forma di capanna (anche a santa Palomba) oppure grandi contenitori del corredo  eseguiti in ceramica, oppure in tufo, con tetto a capanna. Di norma le urne a capanna sono realizzate in ceramica, ma eccezionalmente troviamo anche esemplari in bronzo; in questa circostanza, il grande tetto che copriva il pozzetto eseguito con lamelle di bronzo da Santa Palomba rappresenta un unicum di straordinario interesse, che prelude alle scoperte di altissimo livello che vedremo, in particolare per quanto riguarda la classe dei bronzi.

 

Vaso cinerario con apertura e tetto a capanna (Castel Gandolfo scavi 1816 – 1817

 

Santa Palomba – tenuta Cancelliera tomba 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel Lazio, il rituale dell’incinerazione delle prime fasi dell’età del ferro è estremamente articolato e vario. Di norma, anche se non sempre, esso viene riservato a personaggi di sesso maschile che svolgono un ruolo importante nella comunità e in questo caso lo status dei defunti viene sottolineato dalla presenza nel corredo di elementi che lo qualificano puntualmente. 

Nelle prime fasi, all’incinerazione si accompagna la miniaturizzazione di tutti gli oggetti  del corredo, per cui, oltre al vasellame, troviamo le armi (spada con o senza fodero, lancia, giavellotto, kardiophylax, scudi, doppi scudi rituali, schinieri) oppure il coltello (elemento che riconduce al ruolo sacerdotale) e gli oggetti personali (fibule, rasoio) così come oggetti relativi al corredo di accompagno, come lucerne, incensieri oppure utensili; esclusivi di Santa Palomba sono i carri in bronzo trainati da animali – un unicum di eccezionale interesse in ambito etrusco laziale – così come i due personaggi, ugualmente in bronzo eseguiti a fusione (vedi sotto).

 

Santa Palomba – tenuta di Palazzo tomba 1

Santa Palomba – tenuta di Cancelliera tomba 6

 

 

 

 

 

 

Santa Palomba – tenuta Cancelliera tomba 1

Santa Palomba – tenuta cancelliera tomba 2   

 

 

 

 

 

 

 

Anche riguardo alla struttura delle tombe menzionate, esiste una certa variabilità. Nel Lazio troviamo tombe ad incinerazione entro pozzo circolare (spesso più antiche e riservate a individui importanti) oppure incinerazioni in tombe a fossa. Con l’apparizione delle prime necropoli (approssimativamente nel corso del X sec. a.C.) le inumazioni in tombe a semplice fossa sono riservate al resto della popolazione, mentre i corredi sottolineano talvolta l’appartenenza degli individui di entrambi i sessi alle rispettive classi di età connotandone i ruoli specifici.

 

 

 

 

 

Tornando alle urne a capanna e alle numerose fogge in cui sono eseguite, un elemento essenziale è costituito dalle decorazioni parietali che mostrano un repertorio figurativo geometrico assai elaborato. Il motivo del meandro è assai frequente, così come la svastica, entrambi ricollegabili ad un patrimonio simbolico ripetitivo, evidentemente assai diffuso, così come il loro specifico significato magico – religioso. Nel caso del meandro, si è voluto riconoscere, in modo suggestivo, il carattere apotropaico di questo genere di rappresentazioni atte alla difesa e protezione della casa, in particolare il labirinto a guardia dell’ingresso che imprigiona gli spiriti maligni.

 

Sempre rimanendo nell’ambito del repertorio decorativo, un motivo di grande interesse è costituito dalla frequente presenza di personaggi rappresentati in coppia sulle urne a capanna, che probabilmente trovano analogie con la coppia di figure umane maschili in bronzo con attributi sessuali molto sviluppati dalla tomba 6 di Santa Palomba rinvenuta nella tenuta Cancelliera. Un altro confronto, anche se indiretto – ma che può risultare utile per capire il senso di queste rappresentazioni di coppie di personaggi – proviene dall’ambito campano, ed è relativo alle composizioni (conservate al British Museum) famose per la loro esuberanza, in cui appare la coppia di aratori, uno dei quali esibisce entrambi gli attributi sessuali. Il carattere androgino del personaggio è in evidente rapporto con la semina (attributo sessuale maschile) e poi con la nascita della vegetazione ed il raccolto (attributo femminile).

 

 

Grottaferrata – Villa Cavalletti – nn. 36 e 37 – coppia di simulacri fittili in forma umana

Santa Palomba – tenuta Cancelliera tomba 6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I LARI
Il tema della fertilità (dei campi, ma anche estesa agli uomini ed agli animali), può essere sicuramente collegato anche alla coppia bronzea di personaggi aricini – a giudicare dagli attributi sessuali assai pronunciati –  e forse non siamo lontani dal vero ipotizzando per loro, così come per tutte le coppie sopra menzionate – anche se con la dovuta prudenza – un ruolo meno generico, ma assai prossimo e comunque del tutto simile a quello dei Lari. 
Il processo mentale che inizia dalla capanna, poi dalla coppia di alari e dal fuoco, per proseguire con il rito dell’incinerazione riservato esclusivamente a personaggi importanti (spesso capi della comunità) che vengono materialmente trasferiti nell’aldilà mediante un rituale magico religioso, rivela probabilmente che tutto ciò è solo un mezzo per poter conferire loro un ruolo specifico anche nell’oltretomba. In tal modo, i loro spiriti vengono messi in grado di continuare a svolgere lo stesso ruolo che avevano sulla terra: quello di assicurare la protezione della casa, degli uomini, animali e delle risorse economiche. La loro associazione rituale e materiale nell’aldilà con gli spiriti degli antenati (i Lari?) – documentata attraverso la nota simulazione dell’incontro dalla presenza della statuina fittile che rappresenta il defunto (eccezionalmente la defunta come a Rocca di Papa) con vaso nella mano in qualità di offerente in molte tombe ad incinerazione coeve – richiama direttamente il culto degli antenati più specificatamente rivolto ai Lari, tradizionalmente rappresentati in coppia (nei larari delle case) per tutta l’età storica, protettori dei campi e della casa, questi ultimi rappresentati nel nostro caso sulle urne a capanna.

Per ultimo, va sottolineata la relazione di questi culti con le divinità sotterranee, venerate da tutti gli Albani sul Monte Albano (oggi Monte Cavo) precedenti a Giove Laziale, simili a Dis Pater e Liber Pater, divinità agrarie rispettivamente collegate alla semina e al raccolto.

 

Santa Palomba – tenuta Cancelliera tomba 1

I CARRI
La presenza di ben tre carri in miniatura (tombe 1, 2 e 6), realizzati accuratamente in tutti i particolari, apparsi in contesti che si datano in vari momenti dell’XI, X e inizio del IX sec. a.C., unitamente alle panoplie (armature) complete associate ai corredi funebri, mostrano in miniatura quello che tre secoli dopo incontriamo realmente nelle tombe orientalizzanti, le famose tombe suggestivamente definite “principesche” per la straordinaria ricchezza dei corredi funebri. In quest’ultimo caso risulta evidente che il processo di differenziazione sociale è ormai concluso segnando la nascita delle aristocrazie nel corso dell’VIII sec. a.C.  Da notare che questa fase – detta orientalizzante per l’apparizione di intere classi di oggetti provenienti dal vicino oriente – viene preceduta in tutto il Lazio antico dalla presenza di capi guerrieri sepolti con i loro carri e la panoplia completa entro tumuli monumentali: carri dalla forma evoluta, ma assai simili a quelli di Santa Palomba.

Santa Palomba – tenuta Cancelliera tomba 2

 

Santa Palomba – tenuta Cancelliera tomba 6

 

 

 

 

 

 

Per questa ragione le scoperte di Santa Palomba risultano sorprendenti, poiché testimoniano sui Colli Albani, in forma embrionale e per la prima volta nel Lazio, le fasi iniziali di un percorso culturale, quello della nascita delle genti albane, latine e romane, che daranno vita al patriziato.

 

 

 ARICCIA: GLI SCAVI DI SANTA PALOMBA

PARTE I

LA RETE VIARIA PRINCIPALE ANTICA

(di Franco Arietti)

Nell’area di Santa Palomba si sviluppò progressivamente, in età molto antica, 
un importante nodo viario. Gli scavi archeologici sistematici hanno evidenziato 
che nel VII secolo a.C. il quadro dei tracciati viari che interessano l’area era 
ormai stabilizzato e ben definito.

Più in generale, va rilevato che il tracciato stradale più importante del Lazio 
meridionale è costituito dalla via di transumanza che collegava l’Appennino 
abruzzese alla costa laziale, il cui percorso, nel tratto finale, metteva in comunicazione 
Tivoli (Tibur) con l’area anziate (Antium).

Lungo questo percorso si trovava il più importante nodo viario della regione, costituito 
da Bovillae (Frattocchie). Da qui transitavano due strade principali: la “salaria meridionale” 
ed il tratto che metteva in comunicazione la via di transumanza con i centri costieri 
più importanti della regione in età protostorica: Ardea e Lavinium (oggi Pratica di Mare).

Dalle saline veienti (oggi l’area è localizzata presso l’aeroporto Leonardo da Vinci) 
il sale risaliva per una strada che attraversava il Tevere mediante il guado di Ficana 
(Monte Cugno – Acilia), costeggiava il centro di Politorium (?) (Laurentina Acqua 
Acetosa) e poi seguiva il moderno tracciato della via di Porta Medaglia, via della 
Falcognana per terminare nell’area di Boville. Da qui il sale veniva smistato in tutti 
i centri più importanti della regione: arrivava alle cinque città albane (Ariccia, Tuscolo, 
Lanuvio, Velletri e Labico, cioè Colonna), alle città costiere di Ardea, Lanuvio, Anzio e 
Satrico. Ma, fatto assai importante, il sale prendeva la via dell’Appennino, attraverso 
Tivoli (oppure Aefula) e la valle dell’Aniene. Un altro tracciato costiero alternativo 
importante garantiva il trasporto del sale dalle saline veienti anche attraverso Ficana, 
Tellene e Lavinio fino ad Ardea. In entrambi  i casi, le vie del sale potevano arrivare a
rifornirsi anche presso le saline ostiensi (presso Ostia Antica), però molto più ridotte
di quelle veienti oltre Tevere.

G. B. Cingolani 1692. Nella mappa che configura la foce del Tevere figurano i due stagni, di levante e di ponente, rispettivamente relativi alle saline veienti e ostiensi

La via del sale fu alla base della straordinaria fioritura dei tre centri di Ficana, Politorium 
Tellenae, i quali, secondo la tradizione, furono distrutti dal re Anco Marcio attorno alla 
seconda metà del VII sec. a.C. E’ assai probabile che ciò fu dovuto alla necessità di Roma 
di intercettare e sfruttare questa fondamentale direttrice di traffici del prezioso sale 
(fondamentale per la conservazione della carne) che interessava non solo tutto il Lazio 
meridionale ma anche l’Italia centrale fino all’Adriatico.

Come già accennato, il secondo nodo viario è costituito proprio dall’area di Santa Palomba. 
Qui convergevano e transitavano due strade di rilevante importanza: la via che collegava 
Ariccia a Lanuvio e Ardea e quella che, arrivando da Boville, convogliava le greggi provenienti 
dall’Appennino ai due centri costieri menzionati. E proprio all’interno dell’area industriale 
è stata rinvenuta anche la “bretella” che consentiva il collegamento tra le due strade principali. 
Lungo queste strade sono stati rinvenuti i sepolcreti e, nel momento più antico, alcune tombe 
isolate. Questo argomento verrà trattato successivamente, nella parte II.

        Area industriale di Santa Palomba. Le due strade arcaiche principali collegate dalla “bretella”.

(A SEGUIRE: GLI SCAVI DI SANTA PALOMBA – II PARTE: I CORREDI DELLE TOMBE PROTOSTORICHE)

 

ARICCIA: GLI SCAVI DI SANTA PALOMBA

INTRODUZIONE

(di Franco Arietti)

 

 

 

 

(ex Anna De Santis 2011)

Le straordinarie scoperte archeologiche sui Colli Albani di questi ultimi tempi sono sconosciute al grande pubblico. Ad esempio, pochi sanno che nel comprensorio industriale di Santa Palomba, che oggi ricade nell’area del Comune di Roma ma che un tempo faceva parte dell’Agro Aricino, a partire dagli anni  ’80 del secolo scorso, la Soprintendenza archeologica di Roma ha condotto scavi sistematici “a tappeto” su un’area vastissima. I terreni sottostanti ogni edificio industriale sono stati sottoposti a indagini archeologiche preventive. E i risultati sono stati clamorosi, grazie al lavoro decennale di numerose équipes di archeologi ed al contributo dei consorzi industriali che hanno finanziato e reso possibile questa decennale impresa archeologica.

 

                         

                          IL POLO INDUSTRIALE DI S. PALOMBA

Distante circa 7 km da Ariccia, l’area è compresa tra la Via del Mare, Via Ardeatina e Via Cancelliera. Misura circa 3 km di lunghezza e 1 di larghezza, pertanto gli scavi archeologici  sistematici hanno interessato un’area di circa 300 ettari, scavata integralmente. A livello scientifico, i risultati sono assai importanti proprio perché relazionati ad un’area molto vasta, e in questa circostanza i dati sono completi e non frammentari come spesso accade nel corso di scavi archeologici che interessano piccole aree. Si può senz’altro affermare che gli scavi di Santa Palomba hanno dato una straordinaria lezione di archeologia agli  stessi archeologi!

 

 

 

SANTA PALOMBA –  Carta Archeologica dell’Agro romano (Edita dal Comune di Roma). Situazione antecedente agli scavi degli anni ’80.

 

 

LE SCOPERTE. Dal punto di vista cronologico, le scoperte abbracciano un arco di tempo di circa 1500 anni, a partire dal 1000 a.C. circa, fino alla tarda età imperiale. In tutto questo periodo sono avvenuti radicali mutamenti e trasformazioni territoriali. I primitivi tracciati stradali a cui sono succedute le antiche strade arcaiche  semplicemente scavate nel banco tufaceo – pozzolanoso (dal VII sec. a.C. in poi),  hanno restituito  una stratificazione secolare relativa a percorsi immutati nel tempo, come hanno spesso dimostrato i vari piani rotabili rinvenuti uno sull’altro. Con l’età tardo repubblicana (dalla fine del III sec. a.C.) durante la quale assistiamo all’apparizione delle prime strade lastricate, muta radicalmente il quadro topografico. L’antica rete stradale viene abbandonata e, in qualche caso, sul fondo della sede stradale che si trova spesso alla profondità di qualche metro, troviamo delle sepolture oppure degli acquedotti ipogei che sfruttano per chilometri l’andamento delle vecchie strade. Questi mutamenti della rete viaria sono dovuti al nuovo assetto territoriale che si accompagna alla comparsa dei latifondi in cui vengono costruite le grandi ville dei proprietari terrieri. Spariscono anche le piccole casette, che dall’età arcaica a quella medio – repubblicana, si trovavano sempre ai margini delle antiche strade, con i loro orti e piccoli appezzamenti di terreno coltivati.

In questi secoli, l’intenso sfruttamento del suolo è testimoniato dall’apparizione di cave di tufo, di grandi opere di bonifica e di imponenti livellamenti. Questi ultimi, in particolare, eseguiti in aree pianeggianti e quindi a scopo agricolo, vanno menzionati per le loro impressionanti dimensioni: è stata rinvenuto, per una lunghezza di circa 1 chilometro, materiale di discarica di II sec. d.C. – costituito per lo più da cocci misti a resti organici, metallici, vetri ecc. –  formante una fascia larga mediamente 50 metri e profonda fino a 3 metri! Notevoli anche le dimensioni delle opere di bonifica, eseguite tra V e IV sec. a.C.,  formanti grandi e profonde valli artificiali lunghe centinaia di metri, costruite per la gestione delle acque. Gli scavi hanno messo in luce, in vari punti del consorzio, numerosi pozzi afferenti alle rispettive reti di cunicoli sotterranei funzionali alla captazione e distribuzione delle acque sorgive. Per ultimo, un dato sistematico è emerso dalle numerosissime fosse di coltivazione per uso agricolo – ciascuna diversa dalle altre per forma, dimensioni e presenza o meno di massicciate sul fondo – che hanno permesso di risalire alle rispettive colture, fornendo quindi importanti dati economici relativi ai vari periodi.

AREA DEL CONSORZIO INDUSTRIALE (che ricade nel Comune di Roma)

LE STRADE ARCAICHE (VII -VI SEC. A.C.).

 

LE NECROPOLI. Un discorso a parte meritano le necropoli. Iniziamo col dire che da Santa Palomba provengono corredi funebri di eccezionale interesse archeologico. Com’è noto, le “città dei morti” ci forniscono molte informazioni preziose – spesso le uniche – sulle rispettive “città dei vivi”, in particolare se riferite ai momenti più antichi della civiltà latina di cui non esiste alcuna testimonianza letteraria. In questo caso diventano di straordinaria importanza i ritrovamenti archeologici, in particolare quelli che si collocano a partire dalla fine dell’XI sec. a.C. (età del bronzo finale) fino al VI sec. a.C. Il primo dato significativo è quello topografico e riguarda direttamente un aspetto fondamentale dello sviluppo delle antiche comunità albane. L’area di Santa Palomba è esterna alla cinta craterica e si estende alle estreme pendici dei Colli Albani (120 m s.l.m.), confermando quello che ormai è un dato acquisito, e cioè che la civiltà albana non si è sviluppata solo all’interno della cinta craterica – come molti sostenevano fino a qualche tempo fa, sospettando addirittura anche il loro totale abbandono e collasso culturale (teoria condizionata dal mito di Alba Longa e della sua distruzione) – ma anche, e soprattutto, all’esterno, lungo le principali vie di comunicazione. 

Un altro elemento importante è il rapporto sistematico – fin dagli inizi dell’età del ferro (X sec. a.C.) – fra le tombe e tracciati stradali o, successivamente, tra tombe e strade arcaiche, ben documentato in molte altre zone dei Colli Albani; inoltre, a Santa Palomba, non esistono vere e proprie necropoli , ma piccoli gruppi di tombe sparse o sepolture isolate, distribuite nello spazio di tre km. Solo in due casi sono state rinvenute tracce di capanne risalenti all’età protostorica, per altro assai distanti tra loro. Ciò depone a favore dell’ipotesi che l’area in oggetto fosse abitata in antico da piccoli gruppi sparsi nell’area, ma in netto rapporto con uno dei nodi stradali più importanti dell’area occidentale posta alle pendici dei Colli Albani. Infatti, qui transitano le strade principali che collegano i tre centri più importanti di questa parte del Lazio Antico: Ariccia, Lavinio e Ardea; in particolare, a est dell’area consortile, si trova un incrocio importante, nel quale confluiscono le strade provenienti da Ardea e Lavinio in direzione Ariccia. Ed è proprio presso questo compitum che sono state rinvenute due tombe ipogee a pseudo – camera risalenti alla metà del VII sec. a.C. con dromos collegato direttamente al piano rotabile della strada arcaica, che forniscono un importante caposaldo cronologico per questo tipo di strade. A questo reticolo viario, si connette poi la via che collega Lavinio con Boville, forse il più importante snodo stradale albano di epoca protostorica.

 

(A SEGUIRE: GLI SCAVI DI SANTA PALOMBA – I PARTE: LA RETE VIARIA PRINCIPALE ANTICA)

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